Magpie Wedding

Torches

2009 (Starling Tunnel) | folk, post-rock

The Italian Job. Un colpo liscio, pulito, senza rischi. Un obiettivo centrato alla perfezione. Tradizione anglosassone e artigianato italiano che si fondono in una solida opera d’esordio gravida di promesse e d’indizi che puntano dritti verso la prima grandezza della scena alternativa.
Post-folk - amanti della nomenclatura internazionale - potremmo definire la reagente miscela di revival rurale e decompressione strumentale che scorre nelle volute dell’alambicco sonico del gruppo bolognese (ma dal volto inglese: la cantante Grace Fox) per riversarsi nelle orecchie dell’ascoltatore in melodie talora flebili e stazzonate, talora epiche e cinematiche.
Fate conto: i Fairport Convention riletti con la ritmica soffusa e spezzettata dei Dirty Three, i crescendo sinusoidali degli Slint, l’incedere trasognato dei Gravenhurst (ma con sciccherie d’alto antiquariato come wurlitzer, vibrafono e glockenspiel al posto dell’elettronica).

Apre “Time Yet”: arpeggio altalenante, folate di distorsione, progressione sadcore inesorabile, pattern solisti equamente divisi fra l’ottimo violino di Eleonora Ghizzi e l’interpretazione turbata, teatrale, un groppo in gola sempre sul punto di sciogliersi, della Fox. La sorpassa “All Without Leave”, brano in cui il gruppo mette in evidenza tutte le sue potenzialità, con il picking circolare, il basso punteggiato, la batteria che entra ed esce, sormontati, a circa metà pezzo, dall’irresistibile, deragliante, ascensione dell’accordion, del violino e della chitarra elettrica, fino alla ripresa finale.

Poi “Daughter Of The Plain”, il carillon della memoria che si schiude in una cantilena ipnotica, onirica, regressiva, prima della chiusa a suspence per cassa, violino e vibrafono. “Train Song”: saliscendi da valzer campestre, voce e violino che intrecciano figure di danza e una scia madrigalesca (per piano violino e vibrafono) che vale da sola il prezzo del cd (o del biglietto, nel caso suonassero vicino casa vostra). E se “September Song” conduce l’omonimia weilliana su standard più indie-rock, la straziante trenodia di “Bright Autumn” scorre come un carsico fiume d’oblio, sfocia in una cascata elettrica e svapora in una tintinnante nube di sonagli.

Post-folk? Perché no, si può fare: una volta tanto anche noi italiani possiamo concederci il lusso di affermarlo. Con una menzione speciale per gli arrangiamenti nitidi ed essenziali e per l’invisibile, eterea architettura ambientale in cui Francesco Donadello (Giardini di Mirò) ha catturato i suoni.

(09/04/2009)

  • Tracklist
  1. Time Yet
  2. All Without Leave
  3. Daughter Of The Plains
  4. Train Song
  5. September Song
  6. Bright Autumn
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