HOMEBOY SANDMAN - The Good Sun

2010 (High water music)
alternative hip hop

Dopo il mixtape “Nourishment (Second Helping)” (in cui dava l'idea di una specie di Eminem “buono” della casbah) e il debutto ufficiale “Actual Factual Pterodactyl”, di due anni fa, un sole caldo e ridente sembra ardere davvero nel secondo album vero e proprio di Homeboy Sandman, rischiarando a giorno un panorama troppo spesso arido e plumbeo. Trent'anni ancora da compiere, origini mediorientali – incarnato olivastro, chierica da asceta e barbetta da imam – Sandman è un ex-insegnante di scuola media e straordinario musicista, rapper e perfomer del Queens (NY) che da qualche anno si sta faticosamente facendo largo nell'agone del sottosuolo rap a stelle e strisce con una qualità di fondo e una proposta controcorrente che meriterebbero ben altra considerazione (ed esposizione) anche al di fuori della critica specializzata.

“The Good Sun” è un disco che guarda al futuro inquadrandolo da lontano. Da molto lontano, lontanissimo ormai. Nostalgico della “daisy age” e dell'età dell'oro del rap alternativo e cosmopolita di fine 80 e inizio 90. Con la sua scolastica essenzialità ritmica e la sua ricchezza armonica, la ricercatezza certosina nella scelta dei campioni, il clima aperto, contaminato, positivo. Solare appunto. Un lavoro che sa d'antico, perché ormai in giro così se ne sentono pochi, ma non scade quasi mai nella celebrazione del passato, sostenuto com'è da un'energia linfatica e torrenziale, da una buona varietà di spunti e di soluzioni musicali fornite da un manipolo di produttori di prim'ordine, fra cui spiccano Dj Spinna, Ski Beats e Psycho Les (The Beatnuts). Soluzioni calibrate al millimetro per esaltare la mercuriale forza espressiva e la tecnica adamantina del flow di Homeboy, capace d'intessere, d'intonare, di sincopare, attraverso un registro morbidamente schizofrenico, di variare lo schema metrico con disarmante facilità, e di scrivere testi che assomigliano più a trattati di confucianesimo metropolitano che alle cronache autoreferenziali ormai prossime al cliché di molti suoi colleghi.

Ma Sandman è capace, soprattutto, di destreggiarsi, in un'esaltante, scanzonata gincana, fra i pattern semplici e ipnotici di “Calm Tornado” (titolo che descrive al meglio l'essenza dell'hip-hop di Homeboy), il “gancio” country mediorientale (sic!) di “Being Haved”, il laid back di “Listen” (quasi philly soul), la pungente, irresistibile “Mean Thug”, pura oldschool che sa di ATCQ e Gangstarr (del compianto Guru, scomparso che non sono neanche due mesi). Senza con questo fossilizzarsi nel tributo alle origini, ai “rinnegati del funk”, come dimostra lo stacco clamoroso che separa un brano come “Core Rhythm”, completamente strumentale, modernista, quasi abstract, da uno come “Angels Dirty Faces”, pura cinematica, con quel sample d'organo e chitarra così bianco, epico e pomp. E poi ancora: la blaxploitation tutta d'un fiato di “The Carpenter”, il quasi lounge cosmico di “Strange Planet”, gioielli come l'afro-funk progressivo di “Yeah But I Can Rhyme Too” e la jazzata, poliritmica “The Essence”, la velenosa, ultra-sincopata “Not Pop”, con Homeboy che picchia sul beat con la foga di un Marshall Mathers che rinnega il pop e si da, parzialmente, all'out.

Enter (Homeboy) Sandman, verrebbe quasi da dire, parafrasando i Metallica. Ma state tranquilli perché “L'uomo nero” porta solo luce e buona musica con cui scaldarsi. E, oggi più che mai, l'hip-hop ne ha un disperato bisogno.

22/06/2010

Tracklist

  1. 1. Core Rhythm
  2. 2. The Carpenter
  3. 3. Not Pop
  4. 4. Yeah But I Can Rhyme Too
  5. 5. Table Cloth
  6. 6. Low Co
  7. 7. Mean Mug
  8. 8. The Essence
  9. 9. Strange Planet
  10. 10. Being Haved
  11. 11. The Things They Carried
  12. 12. Calm Tornado
  13. 13. Listen
  14. 14. Angels With Dirty Faces

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