Il giovanissimo produttore e artista visuale nipponico Okamoto Noriaki debutta su lunga distanza nell’ottobre a nome Okamotonoriaki con “Telescope”, su cui campeggiano alcuni dei suoi brani-manifesto. “Island”, un fraseggio di piano à la Ryuichi Sakamoto remixato electro-dub, si arricchisce progressivamente di ambience aurorale e ritmica industrial. “Rem”, al contrario, svela da subito – senza alcuna progressione – un pattern minimalista, appena adornato da gai refrain strumentali.
Se “Lighthouse” evoca il trip-hop letargico dei Morcheeba, e “Polynesia” e “Polar” sono nuovi semplici glitch-dub sottovoce, “Recorder” include pure risonanze, una cavatina per piano neoclassico e una quieta base jungle, un Amon Tobin regredito a matricola di conservatorio. Qualcosa di un po’ più complesso arriva con “Mauna Kea”, attraverso addizioni di toni (metallici, vitrei) e registri (fragile, ambientale), anche se poco udibili e poco sviluppati, sopra un secco battito samba.
Una reale scansione armonica con tanto di contrappunto sussiste solo in “Wy Burn” (forse la più centrata di tutte), ma poi il ritmo riprende il sopravvento, divenendo chiasso ordinario che accoppa letteralmente le timbriche anemiche: “Wandering” cita persino il boom-boom-cha della “We Will Rock You” dei Queen, lasciando solo invisibili (e risapute) increspature elettro-digitali. “Home” potrebbe essere il pezzo più ambizioso, ma rivela scarsa sostanza.
Pezzo unico (tiratura limitata a 400 copie numerate) che si crogiola in inconcludenti esperimenti su microrganismi non allevati a dovere, soltanto osservati con dovizia e più di qualche scrupolo di produzione. Discreto sottofondo destinato a scomparire al cospetto di hyperdub e dubstep.
20/01/2011