Nati in quel di Detroit come Andromeda prima e The Sorrento Steel Band (!) poi, Edward Balian e Ray George sono, secondo taluni, i titolari di uno dei promo/demo più rari che la memoria ricordi. Cento copie e non di più per “38:38”, lavoro del 1977 che la coppia, griffatasi poi The George-Edwards Group, mandò a destra e manca senza avere risposta alcuna. Nessuna label si interessò. Certo, fenomeni non erano (ma manco i The Guess Who, eppure sulle enciclopedie rock ci sono…), né i tempi aiutavano (il punk era dietro l’angolo), però colpivano, con quell’andazzo psych-pop cinto di Moog e richiami sci-fi. Mancò un’adeguata produzione e la giusta promozione.
Un oblio durato trentadue anni e conclusosi quando la Drag City, nel 2009, stampando “38:38” li sottrasse all’anonimato e alle feroci aste dei collezionisti. E ci ritorna anche oggi la label chicagoana, rilasciando materiale dei George-Edwards Group risalente ai primi 80.
Alla luce di “Archives” si intende che, seppur scottati della delusione “38:38”, i ragazzi di Detroit non si fermarono, e la loro versione pop ora Marc Bolan (in “Nevada”) e Beatles visionaria (“Walrus Waltz”), con puntate Moody Blues (la barocca “Morning Glory”) e freak-beat (“Blowing Wind”), aveva più di un argomento.
Topi da studio (dopo i primi concerti nei 70 decisero di abbandonare i live), grezzi e brillanti sin dalla strumentazione, Balian e George palesavano uno sguardo altro, almeno se paragonato ai conterranei rocker: più United States of America (il raga “Once Upon A Moog”) e Silver Apples (la straniante “You’re Gone”) che Rationals e Amboy Dukes – coi quali divisero pure il palco. All’occorrenza, più oscillatori, synth e nastri trattati che chitarre.
Avessero avuto un produttore di fianco, magari un Joe Meek – personaggio a loro assai prossimo – oggi parleremo d’altro. Fortuna che il tempo è pur sempre galantuomo.
E comunque, “It’s All Right” è un gran pezzo.
12/10/2011