Is Tropical

Native To

2011 (KitsunÚ) | synth-pop

Se un giovane gruppo ha la passione dei sintetizzatori, può impostare il proprio stile secondo le tendenze più moderne che prevedono un suono molto "tecnologico" e arrangiamenti stratificati, che sfociano nella saturazione spinta (Klaxons, Late Of The Pier, These New Puritans), oppure rimanere fedele a suoni di stampo analogico anni Ottanta, utilizzati con parsimonia affinché i brani siano sempre agili e snelli e vengano messe in primo piano le melodie dei diversi giri di synth (Hurts, Mirrors, Holy Ghost!). Difficilmente c'è stato qualcosa di diverso rispetto a queste due strade alternative e sembra quasi obbligatorio scegliere o l'una o l'altra.
Invece i londinesi Is Tropical hanno cercato, in questo loro disco d'esordio, un equilibrio tra le due suddette possibilità, mantenendo la modernità del suono del primo gruppo di band citato, ma anche la stessa essenzialità e importanza della componente melodica del secondo terzetto. Una rielaborazione, se non nuova, senz'altro più rara e che rende questo ascolto interessante proprio perché non è facile avere a che fare con un'idea di base come questa.

Ovviamente, un'idea interessante dev'essere poi concretizzata in modo adeguato perché risulti davvero valida, e gli Is Tropical mostrano di sapersi destreggiare abilmente all'interno del percorso che hanno deciso di intraprendere. Non solo per l'efficacia delle melodie vocali e di quelle d'accompagnamento a cura dei synth, ma anche, se non soprattutto, per l'ampio spettro di soluzioni dal punto di vista sia della tonalità degli stessi synth che per il modo di accompagnare la parte vocale. Per quanto riguarda il primo aspetto, ogni canzone ha una propria identità in merito alla robustezza del suono e al riempimento degli spazi: brani come "South Pacific" e "The Greeks", ovvero i singoli più conosciuti, sono dotati di una certa energia e in essi il descritto carattere di essenzialità del suono è un po' meno accentuato, tanto che risultano presenti alcune stratificazioni; altri episodi, come "Lies" e tutti quelli della seconda metà dell'album, hanno un impatto decisamente minore, soprattutto nei ritornelli, nei quali il suono sembra quasi volersi mettere in disparte per lasciare tutta la scena alla voce. Il modo di accompagnare la parte vocale cambia nel senso che in alcuni casi c'è un'interazione con le melodie strumentali, come nella citata "Lies" o in "Clouds", mentre altre volte è la parte ritmica che spinge il cantato e gli dà forza, come in "What???" o in "Berlin".

"Native To" non è un disco facile da apprezzare al primo ascolto, perché la sua voglia di equilibrio fra tradizione e modernità può dare l'effetto "né carne né pesce". Si tratta, invece, di un pregio che lo rende un ascolto insolito, nel senso positivo del termine, e che si accoppia perfettamente all'abilità da parte della band di esplorare accuratamente un territorio musicale finora poco battuto.

(17/07/2011)

  • Tracklist
  1. South Pacific
  2. Land Of The Nod
  3. Lies
  4. The Greeks
  5. What???
  6. Clouds
  7. Take My Chances
  8. Oranges
  9. Berlin
  10. Think We're Alone
  11. Zombie
  12. Seasick Mutiny
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