Con appena ventitré produzioni nell'arco di vent'anni, ogni uscita della Galakthorrö è un piccolo evento, soprattutto alla luce dell'entusiasmo suscitato nell'ultimo lustro con nomi come Haus Arafna e November Növelet.
Il nuovo, faticoso, parto della piccola label tedesca si chiama Maska Genetik, pseudonimo dietro cui si cela Dmitry Borisov, russo trapiantato in Germania (dove s'aggira anche come Amon Radek), che con questo album festeggia il primo Lp e al tempo stesso celebra la morte dello sfortunato progetto.
Quella di "Strada" è infatti una storia lunga e tormentata, che affonda le radici nell'ormai lontano 2002, anno in cui il moscovita decide di lavorare a un album da proporre alla Galakthorrö, non fosse che Borisov su quel materiale ci passa ben tre anni: è il 2005 infatti quando "Strada" viene finalmente ultimato ed è pronto per essere consegnato all'etichetta.
Ma improvvisamente, per effetto di una singolare soluzione di perfezionismo e insicurezza, il nostro ferma la pubblicazione dell'album per apportare ancora un paio di ritocchi, e per non far spazientire troppo la scuderia tedesca decide poi di trasmettere alcune tracce, composte al contrario in pochissimi giorni (il sette pollici "Quarantine").
Passano gli anni, ma Radek è ancora lì a rimanipolare ossessivamente i suoi pezzi, finché nel 2011 consegna, stremato, la sua opera, accompagnata da un laconico messaggio ("Ho raggiunto il limite delle mie forze") con la promessa di abbandonare il suo moniker e incamminarsi in un viaggio "per ritrovare sé stesso". Si spiega così la natura fortemente cerebrale di un disco come "Strada", psichiatrica più che psicologica.
I primi secondi della title track tracciano immediatamente l'elettroencefalogramma alterato di Borisov: un flusso sintetico instabile, beat che si agitano nervosi in qualche remoto meandro della materia grigia, mentre i pensieri scorrono angosciati sotto forma di parole sconnesse e distorte.
"Ernste Stunde" prova a riorganizzare tutto in maniera più strutturata con il ritmo che si rinforza e la voce che prova a rincorrerlo affannata, un magistrale esempio di quello che qualcuno ha già definito angst-pop.
La paranoica "Melanoma" e il surreale dialogo tra neuroni di "Stradanie" smorzano leggermente i toni, prima che i nervi tornino a pulsare con violenza in "Die Augen der Finsternis": è la crisi più lunga dell'album, quattro minuti e mezzo dove i fantasmi dell'inconscio tornano a martellare il tessuto cerebrale in guisa di synth, trascinando la mente devastata sull'orlo del collasso definitivo.
Tutto però s'acquieta, almeno apparentemente, in "New Perfect World", quando Borisov comincia a recitare la sua personale preghiera che culmina in una reiterazione compulsiva del minaccioso "Shall we kill today?"
La seconda metà dell'album non introduce ulteriori novità, ma continua più dimessa la sua attività, incessante quanto inutile, di scucire e ricucire i brandelli di una psiche devastata e imbruttita.
La tortuosa avventura encefalica di "Strada" termina con "Bridge To Nowhere", brevissimo industrial-techno che getta simbolicamente un "ponte" sul futuro, tutto in incognita, del musicista russo.
Destinato a non avere un seguito, Maska Genetik rimane una delle trovate più valide di casa Galakthorrö e una delle più coraggiose di tutta la recente scena minimal europea.
Il nostro augurio per Dmitry Borisov invece è che riesca finalmente ad affrontare i suoi fantasmi e che trovi alla fine del tunnel la sua, di strada.
02/01/2012