Toby Burke

Mexico City

2011 (Perfect Black Swan) | alt-folk

Toby Burke è un uomo inquieto e coraggioso che, dopo aver abbandonato al libero pascolo i suoi Horse Stories, si muove adesso in territori inesplorati per riscoprire l’essenza del suo songwriting.
Con “November November” la maturità sembrava raggiunta, le armonie crepuscolari si erano vestite di leggeri influssi elettronici, la malinconia ammaliava l’ascoltatore con sonorità vellutate che rievocavano al contempo i Galaxie 500 e la Band.
Ma ora è tempo di suoni genuini: una borsa, alcune chitarre e sparute idee armoniche mai affidate a un demotape, questo il bagaglio di Toby Burke, partito alla volta di Mexico City per trascorre sette giorni tra le pareti di un appartamento che aggiunge i suoi polverosi umori alle intense nove tracce dell’album, trasformando l’eco delle mura e del pavimento nella parte vitale di un suono inatteso per lo stesso autore.

Come Josh T. Pearson il musicista di Melbourne scava nel profondo, in cerca di un lirismo apparentemente abbandonato tra le pieghe della contaminazione, che aveva altresì celebrato nell’ultimo capitolo con gli Horse Stories.
Un recupero dell’integrità artistica che rinuncia al contatto fugace per un dialogo intenso e senza soste, con nove brani che assemblano un corpo unico e indivisibile. “Mexico City” è il ”Nebraska“ di Toby Burke.
La sua voce delicata e a volte stanca non conosce però la sconfitta, non cede al pessimismo come Josh T. Pearson né alla nostalgia di Bruce Springsteen; il fumo che aleggia intorno alla forza poetica di “Cantina Crawl” puzza di sigarette e alcool, il viaggio di Toby Burke è interiore, ma ha il tocco polveroso della cultura on the road.

Seppur scarnificato e reso essenziale, il suono di “Mexico City” procede robusto e senza incertezze, celebrando la forza della vita nella suggestiva “Sentimental Fools”, alzando la voce e il ritmo nella graffiante “The Great Escape” e sconfiggendo la claustrofobia del vivere quotidiano in “I've Been Waiting For You”.
Basterebbe questa triade a certificare la grandezza di Toby Burke; l’energia e il lirismo che trasuda sono figli del miglior Will Oldham o di Neil Young, ma nessuna ombra si nasconde dietro l’arte del musicista australiano. “Young For Life”, ad esempio,  è puro Burke al 100%, con quel duettare tra piano e chitarra che è il marchio sonoro che ha reso la musica dei suoi Horse Stories memorabile.
Scorre come un fiume tranquillo la musica in “Home Is No Place To Go”, incontrando il silenzio e la poesia del buio in “Two Roads” e bagnandosi di semplicità in “Fight Of My Life”, nella quale lambisce toni poetici rari e rimarchevoli, mentre una malinconia attraversata da un poetico positivismo aleggia tra le note di “A Little War”, che con limpidi accordi di chitarra acustica e poche note di piano, smuove più di un esercito di musicisti heavy metal.

“Mexico City” non è l’album di un songwriter annoiato e triste, che con la semplicità e la schiettezza cerca di convincerci della sua bontà artistica. Toby Burke è un artista maturo che può abbandonare abbellimenti e rifiniture superflue, poiché la forza della sua musica resiste perfino alla rinuncia alla stereofonia.
Burke affida il packaging a materiale riciclato e rinnova l’estetica del vinile, dividendo il disco in due "facciate" anche nel formato cd (entrambe le versioni sono limitate a cento copie fisiche). L’album diventa così un diario di viaggio e ogni brano un'istantanea ricca di fascino e corpo lirico.
Energico, ispirato e disarmante,“Mexico City” sfida i limiti temporali di gran parte della musica d’autore, concentrando in meno di trentacinque minuti nove canzoni memorabili.

(26/05/2011)



  • Tracklist
  1. Cantina Crawl
  2. The Great Escape
  3. Home Is No Place To Go
  4. Sentimental Fools
  5. Two Roads
  6. Young For Life
  7. A Little War
  8. Fight Of My Life
  9. I've Been Waiting For You
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