Audrey Ryan

Thick Skin

2012 (Folkwit Records) | avant-folk

La vita

Mount Desert Island, isoletta vicina alla costa del Maine, più prossima al Canada che agli Stati Uniti, è stata prima colonia francese e poi inglese. Gloriosa meta turistica della nobiltà americana e non solo, si è caratterizzata per una stravaganza culturale e sociale.
Non è un caso, infatti, che Stephen King ogni tanto si rifugiasse lì per scrivere molte sue opere, che poi ambientava nel Maine.
Audrey Ryan, figlia di un padre chitarrista e di una mamma organista della chiesa locale, ha raccolto i semi di questa eccentricità impregnandone il proprio stile di songwriter. Mentre il babbo restava ancorato alle figure tipo dei tardi Sessanta, Audrey mostrava interesse per le strane sonorità di Scott Joplin e il canto di Roy Orbison, che la madre opponeva al massiccio uso di Beatles e Bob Dylan del papà.

L'illuminazione per Audrey Ryan giunge con la scoperta del jazz: Miles Davis e John Coltrane l'aiutano a uscire dalle secche del mainstream e del cantautorato folk e di protesta.
Ricca di inventiva, la musica di Audrey ha un corpo robusto e solido che sorpassa il surreale con strumentazioni atipiche e strutture sonore intriganti che garantiscono un continuo stimolo per l'ascoltatore. Pur sgorgando dal folk-rock, spazia attraverso una moltitudine di sorgenti sonore; come la Joni Mitchell di "Mingus" o i Radiohead di "Ok Computer" la musicista americana strappa il velo della prevedibilità, creando nuove vesti per una musica antica e ancestrale.

Una gradevole schizofrenia sonora pervade ogni brano, ma senza la claustrofobia intellettuale di Bjork o il tono bucolico di Sufjan Stevens, più Aimee Mann che Suzanne Vega, più Flaming Lips che Arcade Fire, più Daniel Johnston che M. Ward: Audrey Ryan è una delle più interessanti cantautrici dei nostri giorni.
La prima impressione può essere quella di un chamber-folk teatrale e fanciullesco, i toni cristallini hanno delicate modulazioni barocche, ma resta la composizione il vero fulcro di ogni brano - non c'è alcun eccesso negli arrangiamenti, che restano complessi e ricchi di sfumature senza prender peso.
I brani più lunghi ed elaborati hanno una flessibilità armonica vincente, e così "Dangeling" introduce pian piano orchestra, fiati, cori per poi affidare a snare drums e piano il tema centrale del brano fino all'epico finale; stessa logica strutturale per "Four Blocks", dondolante valzer che su deliziosi canoni pop introduce elementi psych-folk con una grazia che era smarrita dai tempi di Beth Orton.

Rielaborando jazz e honky tonk, Audrey Ryan crea canzoni originali che non lasciano tracce delle loro origini: "I Need The Blues" e "Thick Skin" agitano le acque poco torbide dell'album, mentre altrove le progressioni armoniche combinano un patrimonio vasto, per assemblare una semplice canzoncina pop come "Whenever You Are" o tracce finto-elettroniche che confondono le deliziose trame di "Nostalgia", uno dei più preziosi archetipi sonori del disco.
Moltiplicando la voce, la cantautrice americana rinnova le suggestioni folk-avantgarde delle Roches nella deliziosa "Way I Am", sfida le tentazioni barocche dei Decemberists nell'ambiziosa "Easy" e riconferma le proprie peculiarità armoniche in "If You Go", brano finale dell'album che volontariamente non chiude il cerchio, lasciando quella piacevole sensazione d'indefinito che è l'essenza della vita.

(25/07/2012)

  • Tracklist
  1. Lost & Lonely
  2. Wherever You Are
  3. I Need The Blues
  4. Thick Skin
  5. Way I Am
  6. Nostalgia
  7. Dangeling
  8. Four Blocks
  9. Easy
  10. If You Go
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