Deftones

Koi No Yokan

2012 (Reprise) | alt-metal

Erano almeno cinque anni che non ascoltavo un disco dei Deftones per intero. Mi è bastato notare che i voti più alti di rado si sono spostati da scoppiettanti "4.5" e "5", o anche peggio. Meglio allora tenersi i bei ricordi, e lasciare scorrere del tempo. Detta così, sembrerebbe che, dopo l'omonimo disco del 2003, i Deftones fossero ormai destinati solo a scendere la china, rimanendo magari fedeli a sé stessi ma non riuscendo a evitare di diventare una buona caricatura della band del monumentale “White Pony”. In più di un'occasione, si è poi sottolineato quanto il “fattore Chino Moreno” sia stato fondamentale per evitare il definitivo tracollo dei californiani di Sacramento; mantenendo e non poco l'identità e la professionalità della formazione, con quel caldo, inconfondibile timbro che veniva tradito soltanto da scelte fin troppo “di maniera”.

Viste tali premesse, sommata la defezione del bassista Chi Cheng (sostituito da Sergio Vega, non a caso preso in prestito dai post-hardcore Quicksand), cosa dovremmo scrivere oggi, considerando che la scena crossover metal ha da tempo mollato qualsiasi forma di hype immaginabile e che i nostri si ostinano a sfornare un disco ogni due o tre anni, come se nulla fosse? Certo, non tradire l'affetto degli affezionati fan è stata una scelta che li ha abbondantemente ricompensati, in special modo durante i tour promozionali, ma non si poteva non pretendere un colpo di reni da parte di una formazione che ha fatto dello stupore e, soprattutto, dell'originalità i propri - ehm - cavalli di battaglia. Arrivando al sodo, la domanda che ci si pone mettendo l'ennesima volta nel lettore questo settimo dischetto della loro storia è: hanno senso questi Deftones a distanza di vent'anni dalla loro formazione?

Dopo un ascolto attento e, vogliamo ribadirlo, all'oscuro delle supposte vergogne degli anni trascorsi, sgombrato il campo da facili letture e semplicistiche logiche dettate dalle mode contemporanee, per la gioia dei fan che hanno saputo aspettare, possiamo dire che qualcosa in casa Deftones si è mossa. Gli autori di “Passenger” nel 2012 sono più che degnamente rappresentati da “Koi No Yokan”, un album che conserva tutte le classiche prerogative del loro sound, ma a sua volta le amplifica verso contestualizzazioni che lasciano intravedere nuovi margini di novità e sviluppo.
L'impasto di una buona fetta di canzoni è in perfetta tradizione deftoniana, come dimostrato dall'opener “Swerve City”, dal chorus imbattibile, oppure da "Leathers" e "Polterheist", preziosa doppietta di crossover come in pochi sanno ancora oggi fare.
Tuttavia, a un ascolto privo di sovrastrutture dettate dai mostruosi predecessori editi nel quinquennio tra il 1995 e il 2000, riescono a intraversi iridescenze alternative-rock (“Tempest”), sprazzi shoegazing (“Rosemary”, forse la migliore traccia tra le undici inserite), accenni "post" e furenti accelerazioni tra Meshuggah e Glassjaw (“Gauze”) che ne impreziosiscono la scala cromatica.

Per finire, anche l'istrionismo vocale di Chico Moreno emerge prepotentemente, qui e lì, traendo linfa vitale ora dai suoi “amici”, Mike Patton, Maynard James Keenan o Jared Leto che siano, ora dai suoi vari side-project (Team Sleep o Crosses, ad esempio in “Entombed”), ora dallo storico “rivale” Jonathan Davis, laddove non cerca di elevarsi come guru del disagio giovanile fine a sé stesso ma si sforza a interpretarlo attraverso racconti che parlano di vita, sofferenza e alienazione.
Iniziate quindi a farvene una ragione, comunque la vogliate mettere, la rinascita dei Deftones potrebbe partire proprio da questi solchi qui.

(23/11/2012)

  • Tracklist
  1. Swerve City
  2. Romantic Dreams
  3. Leathers
  4. Poltergeist
  5. Entombed
  6. Graphic Nature
  7. Tempest
  8. Gauze
  9. Rosemary
  10. Goon Squad
  11. What Happened to You?


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