Field Music

Play

2012 (Memphis Industries) | alt-pop

Bolle l’acqua nella pentola, si alzano un paio di calici, una luce soffusa illumina la cucina, tra i rifugi preferiti per chi vuole rinforzare la memoria, rinverdire i ricordi, calarsi nell’elemento nostalgico, nel gioco delle foto ingiallite. Ti ricordi quella volta… Quanto ti piaceva quella tipa, l’hai poi chiamata? Altroché, le avevo pure prestato un paio di cd dei Pet Shop Boys. E poi? E poi è sparita. E con lei anche i dischi. Com’è che faceva quella? Aspetta un po’ che accordo e poi ti faccio sentire… A casa Field Music ci vuole un attimo per calarsi nell’atmosfera da Grande Freddo, ma anche un paio di minuti per trasformarla in una discussione musicale, concreta come un piatto di brasato e polenta; caldo, sostanzioso, saporito anche perché ricco di retrogusti che si palesano in maniera progressiva, mai esagerato però, come quegli appuntamenti che a tavola vogliono stupire a tutti i costi. Compostezza, economia, stile, nessun messaggio ardito e tanta simpatia.

"Play" è proprio così, una raccolta di canzoni altrui che non nascondono chissà quali formule clamorose, un divertimento per amici che amano colloquiare del più e pure del meno, mentre magari fuori infuria il temporale. E a volte le cose più sorprendenti nascono quasi per caso, tipo il Syd Barret di “Terrapin”, fuoriuscito di soppiatto dagli Abbey Road Studios dopo aver contribuito al "White Album"! Puntiglioso, diretto, entusiasta, sbarazzino. E il Robert Wyatt di “Born Again Cretin”? Sempre leggiadro e sognante, anche quando suona come un Donald Fagen rallentato. E che dire di Leonard Cohen? L’intellettuale furtivo, misterioso, vizioso, la sua poesia schiva; se invece si arrangia la sua “Suzanne” con un tocco più carico, maggiormente tronfio, ma sì, guarda un po’ che esce fuori una ballata corale, di respiro epico, quasi meatlofiana senza per questo rinnegare la propria natura succinta. Lo sguardo burbero di John Cale mica lo vorremo temere? Sia mai! Via la paura, “Fear Is A Man’s Best Friend” parte in quarta che pare di sentire il primo ruggente Tom Petty, poi istalla il pianoforte di ordinanza e suona come un qualsiasi classico cantautoriale anni 70, cosa che forse neanche Cale si sarebbe immaginato.

E i Roxy di “If There Is Something”? Ancora più vicini al modello di Steve Miller, sofisticati sempre, ma più vicini a una scampagnata, ma di quelle piene di buche e intoppi, con un’andatura tra musical e glam. A casa Field Music hanno giocato a poppizzare quello che gli passava in testa, senza voler apparire arditi a tutti i costi, spremendo l’essenza delle singole canzoni e, così facendo, hanno scongiurato l’effetto karaoke didascalico. Poi succede che ti accosti al brano che magari in origine potevi trovare meno interessante, la “Don’t Pass Me By” del Ringo Star impegnato a raccogliere le rimanenze di John&Paul, e ti accorgi che forse anche al nostro duo non piaceva granché: quattro minuti di slanci avventurosi, tra stacchi, rincorse, stop, rimandi, “Don’t Pass Me By” che invece diventa “Don’t Let Me Down”, a due passi dalla riscrittura più che il semplice risultato di una banale somma. Ah, ci sono anche i Pet Shop Boys con due brani, in versione elettro-acustica utile a esaltare il mood melodrammatico originario. A tavola!

(15/11/2012)

  • Tracklist
  1. Terrapin

  2. Born Again Cretin

  3. Heart

  4. If There Is Something

  5. Suzanne

  6. Don’t Pass Me By

  7. Fear Is A Man’s Best Friend

  8. Rent
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