Minus The Bear

Infinity Overhead

2012 (Dangerbird / Big Scary Monsters) | alt-pop-rock

Dopo essere nati come interpreti in salsa melodica delle spigolosità math-rock, i Minus The Bear da Seattle si sono evoluti, negli ormai dodici anni della loro carriera, divenendo una creatura molto più complessa e personale, e riuscendo, nel 2008, a toccare la loro vetta con il bellissimo “Planet Of Ice”, anticipo di quel prog-pop che gli Everything Everything avrebbero coronato due anni dopo nel capolavoro “Man Alive”.

Questo nuovo disco arriva a due anni di distanza da “Omni”, lavoro nel quale la band aveva cercato con fervore e senza troppo successo di fondere le trame gelide degli esordi al calore del pop “colto” della seconda fase. Sarà stata la necessità di una terza svolta dopo l'abbandono del math-rock - coinciso con la dipartita dalla band del tastierista Matt Bayles, da allora comunque sempre presente in veste di produttore – o la semplice carenza di idee, ad aver indotto il gruppo a chiudere in un cassetto le esperienze passate per ripartire nuovamente da capo.
Rari e del tutto occasionali sono infatti i rimandi all'estetica math, e altrettanto accantonate le complesse trame prog-pop: al loro posto, un suono quantomai asciutto e ancorato alle dinamiche dell'alt-rock, senza rinuncia alcuna alla carica melodica che rende da sempre i brani del quintetto classificabili come pop-song.

La crudezza della chitarra elettrica introduce la “svolta” nel manifesto di “Steel And Blood”, seguito a ruota dalla dark-song “Lies And Eyes” e dalla carica di “Cold Company”: in questi tre episodi i cinque sembrano rifarsi più al grunge vivace dei Soundgarden (pure nell'uso della voce in stile Chris Cornell) che al prog docile degli Electric Light Orchestra, pur senza concedere spazio a malumore o spigoli. E' un alt-rock canonico, che altrove viene però abbattuto in favore di una maggiore propensione a più docili ricami: è il caso della ballad “Diamond Lightning”, della parentesi quasi folk di “Listing” - con la chitarra acustica a guidare da sola la voce - o del languido passaggio melodico di “Heaven Is A Ghost Town”, memore anche nelle vocals del Peter Gabriel di “Us”.

Gli unici episodi a presentare legami con il passato sono la rumorosa “Toska” - nostalgico ritorno al sound dei primi album – e la progressiva “Zeros”, con i sintetizzatori che tornano per un attimo a dare la carica issandosi in primo piano.
A fuoriuscire dalle coordinate del lavoro è infine l'electro-rock di “Lonely Gun”, vera interpretazione robotica del nuovo corso con tanto di chitarra trattata in stile à-la-Daft Punk di “Human After All”.

“Infinity Overhead” è forse l'album più povero, umile e “normale” dei Minus The Bear, sicuramente quello con meno carne al fuoco dai tempi del primo “Highly Refined Pirates”. Ma tale caratteristica va interpretata come una scelta del tutto voluta, dettata dalla consapevolezza di non poter proseguire ancora su binari valsi fortuna e notorietà, ma considerati (non per forza a ragion veduta) fragili e passibili di evoluzioni particolari.
Una menzione di merito va sempre a coloro che preferiscono variare la propria formula piuttosto che ripetersi, specie se quanto riescono a ottenere è un prodotto di sicuro inferiore ai precedenti ma per nessuna ragione al mondo da buttare o sottovalutare. Coraggioso, più nell'idea che nel risultato finale.

(05/10/2012)

  • Tracklist
  1. Steel And Blood
  2. Lies And Eyes
  3. Diamond Lightning
  4. Toska
  5. Listing
  6. Heaven Is A Ghost Town
  7. Empty Party Rooms
  8. Zeros
  9. Lonely Gun
  10. Cold Company
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