Distractions

The End Of The Pier

2012 (Occultation) | alt-pop

Lo so. Eravate distratti. D’altronde nessuno è perfetto.
L’incalzare armonico delle creazioni di Mike Finney e compagni vi era sfuggito, mentre Manchester cambiava le sue coordinate musicali e la loro “Time Goes By So Slow” andava ad arricchire il panorama delle grandi canzoni dell’era post-punk. Dai Buzzcocks ai June Brides, passando per i Cars ed Elvis Costello, il sound dei Distractions possedeva la verve che aveva portato al successo gli Undertones e gli Housemartins, in un pop-punk dal cuore gentile con sparuti spunti funk ed elettronici. Una serie di coincidenze li allontanò però dal successo. Steve Perrin fu il primo ad abbandonare la nave, prima che il revisionismo critico li trasformasse nei fratelli sfortunati dei Chameleons; trentadue anni dopo, la storia ricomincia senza nessuna scheggia di nostalgia per i tempi che furono.
“The End Of The Pier” è puro vintage emotivo: pur guardando al passato, i Distractions allontanano tutte le sfaccettature post-moderne proponendo un sound limpido e cristallino, in una serie di ballads ricolme di emozioni. La voce di Mike Finney è ancor più profonda e ricca di sfumature, dotata di un’attitudine soul che caratterizzava molte band del periodo post-punk, e non è un caso che Arsh Toraci dei June Brides e Mike Kelley degli Only Ones siano della partita.

L’indolenza che impedì al gruppo di cavalcare l’onda del primo successo è ora la loro forza. Quella loro malinconia che rende stranamente felici, ha acquisito i colori della maturità e della consapevolezza: Finney e Perrin hanno ancora molto da dire e il disco è uno dei frutti più preziosi del 2012. Dentro la loro musica c'è tutta la loro passione per il jazz di Miles Davis (non mi dispiace immaginare una sua versione di “The Last Song”) per Serge Gainsbourg  (la splendida poesia di “When It Was Mine”), ma anche tracce del neo-romanticismo di John Grant e Stephin Merritt (“Man Of The Moment”).
“The End Of The Pier” è un album che suona ruvido nonostante i toni agrodolci e ricchi di delicato pathos. Il passar del tempo caratterizza il flusso delle dieci tracce: dall’urgenza di “I Don’t Have Time” alla rassegnazione di “The Last Song “ le emozioni scorrono come un racconto ciclico dove il finale può essere sempre riscritto. Il candore giovanile di “Wise” contrasta con la tenerezza confidenziale di “100 Times”, ma i toni nostalgici di “Girl Of the Year” e i guizzi rock di “Boots” sono specchio di una voglia di ripartire senza rifugiarsi nei ricordi (“Too Late To Change”) concentrando in solo dieci brani la storia di una vita.

In un anno che ha visto la rinascita dei Dexys, un disco come “The End Of The Pier” rischia di essere sottovalutato. Come per la band di Kevin Rowland, così qui non stiamo a raccontare di un deja-vu gradevole e ricco di piacevoli vecchie sensazioni sonore, ma di una dichiarazione di autentica creatività che non può più essere ignorata.
I Distractions non urlano per farsi sentire, ma il loro bisbiglio arriva in fondo al cuore.

(17/01/2013)



  • Tracklist
  1. I Don’t Have Time
  2. Wise
  3. Girl Of the Year
  4. Boots
  5. When It Was Mine
  6. Too Late To Change
  7. The Summer I Met You
  8. Man Of the Moment
  9. 100 Times
  10. The Last Song


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