Will Driving West

Castles

2012 (self released) | alt-folk

“Castles”, opera seconda dei canadesi Will Driving West, è uscita qualche mese fa in piena estate: scelta bizzarra, considerando l’atmosfera assolutamente invernale che pervade l’intero album. Ormai i primi rigori del freddo sono arrivati anche dalle nostre parti, quindi il ritardo con il quale segnaliamo il disco della band di Montreal lo possiamo giustificare con una ragione, diciamo, climatico-musicale.

David Ratté, titolare del moniker Will Driving West, è cresciuto nelle amene solitudini della penisola di Gaspesie, propaggine nordorientale del Québec, e lì deve essere cresciuto a pane e folk, facendo propria un’intera tradizione cantautorale che ha senz’altro in Neil Young e Leonard Cohen i suoi epigoni. Poi, trasferitosi nella cosmopolita Montreal, non può essere rimasto indifferente ai germi innovativi di gruppi cittadini come gli Arcade Fire o i Godspeed You! Black Emperor, restando però fedele ad un’idea di scrittura di essenziale intimismo. Dall’incontro con un gruppo di musicisti della metropoli canadese, sono nati nel 2010 i Will Driving West, e pochi mesi dopo era già pronto un primo album di cruda e fascinosa semplicità, “The Breakout”, che merita di essere recuperato e che getta le ben più solide fondamenta di “Castles”.

Lo scenario di quieto dinamismo acustico che apre “Better Lands”, piccolo manifesto sulla fuga dalla grigia quotidianità delle nostre vite, è un inizio perfetto per un album lirico e paesaggistico come “Castles”. Come avverrà in quasi tutti gli episodi del disco, Ratté e compagni amano costruire lenti crescendo emotivi che dal nudo strumming della chitarra si arrampicano poi con caparbia lungo una strada lastricata dalle note morbide del pianoforte, dalle rapide spirali del violoncello, da una ritmica che a un tratto si fa battente e da cori sognanti ed epici al tempo stesso. Mentre una canzone di accorata malinconia come “Painkiller” – con la sua delicata mestizia in grado di mettere insieme l’amaro degli Sparklehorse alla dolcezza del primo Damien Rice – rappresenta il lato più strutturato e ricco dei Will Driving West, dispiegando con naturalezza le loro capacità di presa emotiva sull’ascoltatore (aiutati dall’alternarsi delle voci maschile e femminile e dalla sapiente stratificazione strumentale), tocca a piccoli quadretti in punta di plettro come la deliziosa “Big Blue House”, la romantica “Pretty Galway”, la luminosa “Ms.Sunshine” e la campestre “Two Birds” il ruolo di ponte verso la tradizione pura e semplice, riletta sempre con grazia e leggerezza. Se d’altra parte pezzi come “Walls”  e “Unborn” esplorano mondi notturni con i passi inquieti di un Damien Jurado, l’essenzialità scabra e delicata al tempo stesso di “Castles” esprime con la forza solenne della voce, del piano (e dei silenzi) il vero nucleo tematico dell’intero album, fortemente ancorato all’espressione schietta e senza fronzoli dei propri sentimenti.

Si potrebbero fare molti nomi del folk-rock alternativo contemporaneo per tracciare una mappa degli orizzonti musicali di David Ratté, da Sufjan Stevens a Bright Eyes, dai Low Anthem ai Civil Wars, dai Cocoon a Neil Halstead e Mark Kozelek, e probabilmente non è difficile trovare un pezzettino di ciascuno nelle canzoni dei Will Driving West, tuttavia lo stile elaborato in questi anni dai canadesi ha acquisito a poco a poco una definita personalità di tocco, riuscendo a costruire – con sicura maestria e profonda ispirazione – i suoi piccoli “castelli” folk con pochi ma preziosi mattoni.

(04/11/2012)

  • Tracklist
  1. Better Lands
  2. Painkillers
  3. Walls
  4. Big Blue House
  5. Mrs. Sunshine
  6. Unborn
  7. Shooting Black Stars
  8. Pretty Galway
  9. Castles
  10. Two Birds
  11. Invisible / Welcome Home
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