Glass Towers

Halcyon Days

2013 (Hub The Label, Inertia) | pop-wave, alt-rock

Una torre di vetro non può certo nascondere le banalità che provano a eclissarsi dietro un album come questo esordio dei quattro australiani Benjamin Hannam (voce e chitarra), Sam Speck (chitarra), Cameron Holdstock (basso) e Daniel Muszynski (batteria). Già dalla cover, che ritrae un ragazzo a mollo nell’oceano (presumo si tratti di oceano), pare chiaro che qualcuno non debba certo brillare per l’originalità delle sue intuizioni e, anche se capisco che l’idea della copertina con ogni probabilità non è stata partorita dalla stessa mente che ha dato la luce agli undici brani, la cosa sembra il presagio per un disastro sonico imminente. L’ascolto rivela invece una realtà leggermente diversa e alla fine non tutto sarà da cestinare con disprezzo.

L’esordio dei Glass Towers si rivela come il residuo di un setaccio che ha scosso a fondo la materia indie-rock di nuovo millennio, evitando di lasciar passare attraverso i fori della gioventù, gli aspetti più introspettivi, intimi ma anche crudi, sporchi, energici o anche semplicemente psichedelici. Quello che resta è sottile sostanza uniforme, una miscela di particelle tutte uguali tra loro che sembrano cambiare impercettibilmente colore solo quando si prova ad ascoltarle da una prospettiva diversa, sotto una luce insolita. Un indie-pop assolutamente lineare, senza sbavature, senza eccessi, né troppo aggressivo, né troppo rilassato. Ogni strumento è al posto giusto e tutto, dagli arrangiamenti alla vocalità, dalla timbrica alla ritmica, sembra essere la copia di qualcosa senza somigliare a niente di preciso, proprio perché somiglia a tutto, come un blob che prende la forma del suo contenitore, come un’incompleta e multipla trasformazione di Leonard Zelig. Un calderone di superficialità pop con qualche assaggio di wave sparata a buona velocità e una ricerca smodata di reminiscenze e sensazioni giovanili. Un pop-rock danzereccio che oltre manica è stato terra di abusi senza sosta.

Eppure i quattro brani che aprono "Halcyon Days" hanno dei cambi di velocità, delle accelerazioni, delle melodie, qualcosa che non passa facilmente inosservato. Qualcosa che a sprazzi troviamo anche nei brani successivi e che spinge l’asticella del giudizio più su di una triste bocciatura. E magari poco importa se gli episodi più riusciti (“In This City”, Castles”, “Tonight”) richiamano alla memoria con troppa insistenza colleghi statunitensi (Thou Shalt Not), canadesi o europei ("Jumanji", ma è solo l'episodio più eclatante, prende a prestito le ritmiche degli Arcade Fire di "Haiti" e le miscela con i cori dei Mew) perché Halcyon Days ha il merito di ricordarci che a volte può bastare anche fare le cose per bene, semplicemente, affinché si possa essere apprezzati senza essere necessariamente elevati a nuovi messia dell’indie-rock.

I Glass Towers dimostrano di sapere alla perfezione come fare le cose per bene ed evitano di tuffarsi nella necessità di stupire a ogni costo, di esaltare e innovare un certo modo di suonare rock che pare molto difficile da plasmare in nuova sostanza; con spigliatezza e disinvoltura tipica della giovinezza trascinano l’ascoltatore in ritmiche ossessive ma coinvolgenti che non lasciano certo rigidità ai corpi che invadono e melodie interessanti, gradevoli, pur senza l’immediatezza delle migliori uscite in chiave pop. Fresco ma non nuovo, pulito ma non troppo popolare nei suoni. Un album conformista ma non troppo stupido, né troppo furbo. Un disco perfetto per descrivere la gioventù come se lo facesse un ragazzo che dovrebbe iniziare a guardare al futuro, ma nel frattempo vive nei suoi ricordi.

(21/10/2013)

  • Tracklist
  1. In This City
  2. Castles
  3. Jumanji
  4. Tonight
  5. Gloom
  6. Halcyon
  7. Lust For Life
  8. You're Better
  9. Griffin
  10. The Best Of Friends
  11. Foreign Time






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