The Kissaway Trail

Breach

2013 (Bella Union) | pop-wave

Una sorta di Mew nella versione per menti semplici, come si direbbe in un linguaggio politically correct. Sono principalmente questo i tre danesi di Odense, Thomas L. Fagerlund (voce, synth e chitarra), Søren B. Corneliussen (voce, synth e chitarra) e Hasse Mydtskov (batteria e cori). Come i loro compatrioti scelgono una strada a metà tra l’art-rock e l’indie-folk enfatico di stampo Arcade Fire, sposando il tutto con un rock determinato e confusamente buio di matrice Interpol (“So Sorry, I’m Not”) o ancor più Editors (dei quali sono stati spalla nel 2007).
Ma, a differenza di quanto avviene nell'opera di Jonas Bjerre e compagni, nel nuovo lavoro di The Kissaway Trail manca ogni ammissibile ingrediente che possa dare complessità al sound, anzi, qualsiasi cosa è fatta per offrire musica più elementare possibile, conservando inalterati gli elementi che per primi colpiscono il pubblico innamorato delle eminenti band della scena.

Se, pertanto, le chitarre wave e le ritmiche marziali non sono quasi per nulla scalfite dal lavoro dei danesi, non si può dire lo stesso di talune atmosfere trasognate e impalpabili o stralunate qui quasi totalmente assenti (eccezione è l’intermezzo strumentale “Sara (R.I. Punk)” e l’ancor più pleonastica “Robot (Think Of Me As One You’d Never Figured)”). Lasciano il terreno a un cantato massiccio, trascinante come nella migliore scuola noise-pop (“Sarah Jevo”) anche se mai veramente esaltante come nel caso dell’ultimo Japandroids, ad esempio.
Un prodotto furbo che ruba, o quantomeno cerca di sottrarre il meglio della musica degli ultimi anni ma non disdegna di andare a fare razzia negli anni Ottanta (“Beauty Still Rebels”) con vaghe e rapide allusioni alla neo-psychedelia stile Grandaddy (“The Springsteen Implosion”). Prende tutto quello che è diventato sinonimo di Arcade Fire, dai tempi di "Funeral" soprattutto fino anche a "The Suburbs" e lo ripulisce di ogni possibile magniloquenza impossibile da riprodurre. Scende nelle oscurità della darkwave dei Cure (“Sarah Jevo”), della no-wave (“Shaking in Mote”, “So Sorry, I’m Not”), del post-punk revival e ne viene fuori con un ritratto dell’anima luminoso che non si rivela sempre realistico ma che inevitabilmente rende l’idea di quello che deve esserne l’inferno nelle sue ambiguità. S’insinua nei meandri dei ricordi del pop inglese (“Tell The Truth (The Breach)”) degli eighties per servirlo come una stagionata prelibatezza mentre strizza l’occhio alle orecchie del popolo indie.

“Breach” è un album che non incanta neanche per le melodie, gli arrangiamenti o per lo stile e l’esecuzione, eppure è un disco che riesce a farsi piacere, proprio perché in fondo pare confezionato quasi a tavolino scrupolosamente per piacere. Dodici tracce che rappresentano con fedeltà alcune vibrazioni che inevitabilmente avranno colto nel segno nell’ascolto dei vari Mew (“Norrebro”, “The Sinking”), Arcade Fire, Interpol ma anche certa new wave che starebbe da dio tra una “Inner City Life” e una “Born Slippy/NUXX”, nelle battute conclusive di una colonna sonora leggendaria.
Un album ottimista, più che ottimo, che a tratti sfiora lo spirito natalizio che spesso abbiamo assaporato proprio in Mew e Arcade Fire (vedi “A Very Arcade Xmas”, Ep del 2002) ma che qui (“Cuts Of Youth (Razor Love) ”) puzza di smielato buonismo più che altro. Senza ombra di dubbio, la chiusura affidata a “A Rainy Night In Soho”, banalissima eppure gradevolissima last track, non fa che mettere una firma a quanto detto finora, confermando che si tratta di buonismo, ma della miglior specie quantomeno.

(13/11/2013)

  • Tracklist
  1. Telly The Truth (The Breach)
  2. Nørrebro
  3. Cuts Of Youth (Razor Love)
  4. The Springsteen Implosion
  5. Sarah Jevo
  6. Beauty Still Rebels
  7. So Sorry, I'm Not
  8. Sara (R.I.Punk)
  9. The Sinking
  10. Shaking The Mote
  11. Robot (Think Of Me As One You'd Never Figured)
  12. A Rainy Night In Soho


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