È davvero una “nuova pelle” quella di Bridie Jackson & The Arbour, band di Newcastle che in questo secondo disco adotta un’espressività decisamente più scarna e meno giocosa che nell’esordio “Bitter Lullabies”, separando gli strumenti in un sound più arioso, senza scadere nell’ostentata mestizia della Laura Marling di turno.
“New Skin” non è particolarmente melodico, o perlomeno lo è in modo assai poco lineare - da qui forse gli accostamenti a Joanna Newsom. Bridie è però un’interprete più lineare, per quanto anche le sue interpretazioni siano divaganti sul pentagramma.
La tradizione britannica è però ben in vista, con qualche inflessione quasi celtica (“Peace”) e una decisa vena “dark”, ben impersonata con fare fervidamente gotico dalle cavernose percussioni, dai movimenti di archi (quasi un monologo di violoncello “The Sandgate Dingling Song”, una delle tracce più Pentangle-iane) e dalla voce stregonesca di Bridie (“Diminutive Man”).
È in effetti la voce di quest’ultima a tenere banco, tanto da risultare dirompente anche nei pezzi più delicati (“Prolong”). L’impressione generale del disco è in effetti ribaltato rispetto al carattere collettivo del chamber-folk inglese degli ultimi anni: la scena è buia e deserta, non fosse per l’unica luce centrata su una solitaria Bridie Jackson. Provare “Scarecrow” per credere, numero soprattutto vocale che risuona delle sfumature jazz disseminate per il disco.
Forse poco immediato e più evocativo che emozionante, questo “New Skin”, ciononostante un’uscita di grande classe e intensità espressiva.
15/06/2014