Lenguas Largas

Come On In

2014 (Recess) | garage-rock

Anche se c’è chi sarà pronto a giurare il contrario, entusiasmato magari dal più micidiale degli specchietti per allodole, resta difficile non considerare quella che va in archivio un’annata miserabile per il garage-rock. Tra i pochi a salvarsi dietro agli ottimi Reigning Sound di “Shattered”, meritano una menzione solo tre compagini di stanza in California (Cool Ghouls, Growlers e Meatbodies), i sempiterni Ian Svenonius, King Khan e Wild Billy Childish, oltre a un nutrito ensemble di Tucson che ha da poco pubblicato la sua seconda fatica, i Lenguas Largas.

Arrembante, sgangherata, ruvida, romantica e abrasiva, questa formazione di sette elementi (con quattro chitarristi e, dal vivo, tre batteristi) ha sposato sin dall’esordio eponimo del 2011 la filosofia slacker pestona, portandola però a uno stadio più adulto, disincantato e beatamente disperato, che il pezzo capofila incarna alla perfezione. Le canzoni del gruppo capitanato da Isaac Reyes e Ricky Shimo sono sporche, affilatissime, ma non si esauriscono nella lordura rumorista o in un semplice marasma di ulcerazioni. Per la roboante flottiglia statunitense è poi garanzia di qualità la presenza in squadra di un fuoriclasse come Matt Rendon, seppur in posizione defilata. Nel loro calderone i Lenguas Largas rimestano aromi western, un immaginario da fantascienza pulciosa, l’efferatezza post-punk, un garage-pop meltoniano (se possibile, ancor più sdrucito del modello) e i deserti incendiati dai riverberi, alla maniera di Paul Cary.

Senza fronzoli, crudi, onesti come i Dead Ghosts nella celebrazione di Roky Erickson (nume riconosciuto anche per loro) e degli albori di una psichedelia già in stato terminale, con forti debiti di riconoscenza anche nei confronti dei Mummies, i sette dell’Arizona si presentano laidi come le band sudiste (per l’esplosività degli assalti elettrici superano i Black Lips) e rutilanti come quelle californiane, ma senza indulgere nelle pose ammiccanti o troppo compiaciute che hanno spesso queste ultime. La loro purezza sta tutta qui. Le chitarre come lamiera vecchia e assassina, artiglieria che eccede in pesantezza, non impediscono alla voce di Reyes di farsi largo con autorevolezza proprio come quella fieramente revivalista di un Mark Sultan (“Circles”, con un’enfasi nella reiterazione dei refrain che rasenta l’autismo) mentre, ben sepolto nella rumenta, un coretto da sciroccati recita beffardo e invita a non prendere troppo sul serio il guazzabuglio rock (“LA LA LA LA”).

“Come On In” non si preclude nulla. Né il surf-rock caricaturale ma sanguinante che regola con diversi punti di margine anche il lanciatissimo Ty Segall di quest’anno (“Blizzards Of Snow”), né lo scherzo da fratelli poveri (ma ancora sufficientemente ganzi) di King Tuff (“Lower Profile”, con un’urgenza che il vero Kyle Thomas sembra aver tralasciato negli ultimi tempi), né l’implicito omaggio all’esuberanza di un caposcuola indimenticabile come Jay Reatard (“No Wrong No Right”). Anche quando parrebbero orientati a darsi una regolata, conservano scampoli d’inquietudine che fanno amabilmente a cazzotti con la leggerezza easy-listening dei ritornelli, con quel loro strafottente infantilismo patentato à-la John Dwyer (emblematica “Little C’s”).

E’ un disco bello malato e tutto ciccia questo sophomore, una miscela ribollente che si serve con scaltrezza di tante tra le suggestioni più in voga tra i seguaci del garage, sciorinate però con la noncuranza di chi ben si guardi dal salire in cattedra per dispensare lezioni. Niente male.

(02/01/2015)

  • Tracklist
  1. Come On In
  2. Blizzards Of Snow
  3. Circles
  4. Little C’s
  5. Kawasaki Dream
  6. Lower Profile
  7. Ese Culito
  8. LA LA LA LA
  9. You Might Fall
  10. No Wrong No Right
  11. 7 Pacificos


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