Lola Colt

Away From The Water

2014 (Fuzz Club) | psych-rock

I londinesi Lola Colt non nascondono la passione per l’Italia di Ennio Morricone, e per tutta quella cultura cinematografica omaggiata da Quentin Tarantino, prendendo il nome da un vecchio film western del 1967 di Siro Marcellini, con protagonista Lola Falana, ma la loro visione cinematografica è ben più ricca: essa passa da David Lynch a John McNaughton citando i fumetti di Alan Moore.

Preceduto da alcuni singoli molto acclamati dalla critica underground a da infuocate performance live, l’esordio dei sei ragazzi potrebbe essere archiviato come l’ennesimo fuoco di paglia della riscossa inglese, ma la loro attitudine psichedelica è sì ricca di atmosfera, ma altresì stridente e pregna delle migliori intuizioni della stagione d’oro dell’acid rock.
Immaginate gli Echo & The Bunnymen e i Jefferson Airplane sullo stesso palco, i Gun Club insieme ai Cramps o Patti Smith a capo dei Banshees di Siouxsie, e avrete solo un piccolo anticipo di quello che vi attende in “Away From The Water”. Una scrittura solida che non corteggia le melodie beat dalle quali si è nutrita l’ultima orda di gruppi psych-rock, un suono che incastra tamburi dal tono lugubre con riverberi di chitarra, un tessuto apparentemente claustrofobico che diventa un unico mantra dove le emozioni scorrono con sangue e lacrime ma prive di fisicità posticcia, toni epici e cavernosi di organo e tubular bells coinvolti in un'orgia virtuale che occulta i corpi ed estrae paure e tormenti.

L’incantatrice di serpenti è Gun Overbye, voce profonda, graffiante, nonché chitarrista dal suono ruvido e notturno, una figura femminile destinata a prendere lo scettro di Patti Smith; il maestro di cerimonie è Jim Sclavunos (Bad Seeds, Sonic Youth, Cramps) produttore abile nel catturare quella forza cinematografica-teatrale delle loro performance live con riverberi, distorsioni, ritmi spogli che creano spazi e ombre per adagiare le evoluzioni della band (si ascolti in particolare il brano “Storm”).
“Away From The Water” non è un album di canzoni memorabili o accattivanti, anche se oltre ai due singoli presenti, altre tracce potrebbero avere vita autonoma; l’esordio dei Lola Colt si fa amare per la sua omogeneità creativa, eppure il flusso di idee è continuo e inarrestabile, e ogni ascolto svela nuove prospettive.

I Lola Cult sembrano avere accesso alla parte più nascosta del nostro cervello, ne scuotono il potere visionario con la catarsi della parola sul ritmo nella sciamanica e oscura ballata rituale che apre l’album “Ring Of Ghosts”: una perfetta colonna sonora per un film western-zombie: visioni di serpenti e falò si alternano nella poetica danza liberatoria di “Moonlight”, mentre fiumi di peyote si riversano per le strade deserte, modificando tempi e armonie. Eccitazione ed estasi psichedelica smuovono il riff più familiare dell’album, ovvero Driving Me Johnny”, la stessa energia vibra nella ballad “Highway”, una polverosa e sensuale miscela di rock e ritmi tribali che pian piano prendono possesso del brano per trascinare l’ascoltatore in terre inesplorate.

Quello che resta comunque difficile è comunicare con le parole la densità della loro musica, le dieci tracce scorrono tra pagine oscure e improvvisi squarci di luce che non alterano il tono cromatico della musica, come in “White Horse”, dove tra ghost voice, campanelli e accordi di acustica prendono forma e vita a spazi sonori che sfumano verso l’ignoto, per poi introdurre la malsana “I Get High If You Get High”: un altro dei singoli anticipatori, che mette ancora in evidenza la loro abilità nel rendere accessibili melodie complesse e articolate, che non hanno alcuna caratteristica in comune con quello che oggi può essere chiamato "indie-rock".
Non manca una pausa di romanticismo più familiare e rassicurante: “Vacant Hearts” è infatti un folk-rock con gradevoli incastri vocali e strumentali. Sul versante opposto si agita la conclusiva title track: qui tutto diventa più granitico, batteria e basso accennano scampoli di hard-rock e doom, le chitarre sono più taglienti ed evocative, le tastiere hanno il fascino dei Doors di “The End”, la voce graffia poche note, lasciando alfine che l’orgia rock-psichedelica viaggi verso destinazioni noir.

I Lola Cult hanno vinto la sfida del progetto discografico, il loro esordio suona come un flusso unico, un monolite di fronte al quale, come le scimmie di “Cosi Parlò Zarathustra”, restiamo a interrogarci sul significato di quelle strane sensazioni di smarrimento e stupore che proviene dalla loro musica, scoprendoci cinicamente esangui e a volte sgomenti di aver gustato un frutto proibito che si chiama vita.

(31/10/2014)



  • Tracklist
  1. Rings of Ghosts 
  2. Heartbreaker 
  3. Driving Mr Johnny 
  4. Highway 
  5. Moonlight 
  6. Vacant Hearts 
  7. Storm
  8. White Horse 
  9. I Get High If You Get High 
  10. Away from the Water




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