Painted Palms

Forever

2014 (Polyvinyl) | psych-pop

Una gestazione davvero lunghissima, quella che ha visto protagonista il primo disco sulla lunga distanza dei Painted Palms, coppia di cugini statunitensi tra le più recenti speranze di casa Polyvinyl: un lusso, visti i tempi che corrono, in cui l'iper-saturazione del mercato discografico porta spesso a scelte d'impulso, ad accelerare scadenze e consegne per riuscire a stare sul pezzo, a tenere testa alla calca di competitori in continuo aumento.
A quattro anni da quel primo “Canopy” (Ep ristampato poi per la Secretly Canadian) che li pose sotto relative luce come nome da seguire nel florido scenario chillwave di quel periodo, le condizioni per Reese Donohue e Christopher Prudhomme per una visibilità di più ampio spettro si sono assottigliate all'inverosimile, a maggior ragione a causa di una scena, hypna e dintorni, che ha volto perlopiù mente e orecchie altrove. Ma i problemi non si limitano a una mera questione di notorietà.

Senz'altro i due si sono rivelati furbi, hanno mostrato di saper interpretare il presente senza necessariamente snaturare la propria cifra, ammantando di morbida e calda psichedelia quel fascino sognante da fotografia sbiadita che ne ha un po' direzionato gli umori. Ma l'astuzia non basta, se dietro poi non c'è il sostegno di un'impalcatura ben salda: ed è quanto manca (o meglio, continua a mancare), al duo statunitense, tutto intento a tramare fragili incanti da gustarsi però sulla sola superficie, per il tempo della loro durata.
Con gli Animal Collective presenza fissa sul loro personale altarino, ma con una grana melodica che vorrebbe accostarsi più ai benemeriti Yeasayer (prossimi a loro anche per rade incursioni ethno) che alla ciurma di Panda Bear, i Painted Palms si barcamenano alla meglio e peggio in tiepidi affreschi di distratta positività, un rasserenato scorrere di tenui suggestioni nel quale la scrittura si abbandona senza colpo ferire agli spenti incastri di synth ed effettistica.

Difficile per cui anche soltanto puntare un dito su dei brani in particolare: giusto la title track e i suoi rigurgiti surf avrebbero dalla loro sufficienti appigli, volendo pure la chiusura in mano al nostalgico psych-folk “Angels”. Anche a causa di una certa staticità interpretativa da parte di Prudhomme, piatto nel suo timbro costantemente riverberato, vi è davvero pochissimo che sfugga comunque ad una prevedibile medietà d'insieme, che sappia spingersi oltre un assetto espressivo oltremodo limitato. Speriamo che al prossimo giro il pacchetto sappia essere più stimolante.

(21/02/2014)

  • Tracklist
  1. Too High
  2. Here It Comes
  3. Hypnotic
  4. Forever
  5. Soft Hammer
  6. Carousel
  7. Not Really There
  8. Hope That You See It Now
  9. Spinning Signs
  10. Sleepwalking
  11. Empty Guns
  12. Angels
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