Paul Cary

Coyote

2014 (Self-Released) | garage-blues

Guidava i taxi, Paul Cary. E si occupava della selezione all’ingresso in un locale alla moda, sempre che le scarne note biografiche che la rete conserva sul suo conto siano affidabili e che nella piccola Cedar Rapids esista davvero qualcosa di simile a un club di tendenza. Questo negli anni in cui capitanava per sfizio il gruppo condiviso con un paio di compari: una gavetta infame, brutalità a buoni livelli e sbronze come non ci fosse un domani. A qualche fan di Faris Badwan sarà senz’altro capitato di imbattersi in uno dei due album pubblicati in questo primo segmento di carriera, ma è improbabile che la semplice omonimia abbia garantito a questi Horrors dell’Iowa nuovi seguaci. Non che una band che era stata in grado di farsi produrre il sophomore dal leggendario Greg Cartwright ne avesse chissà quale bisogno (fecero persino un paio di tour europei, bontà loro); e poi, giusto per la precisione, nell’anno del “battesimo” dei colleghi di Southend-on-sea, il Nostro aveva già mollato tutto e tutti per spostarsi a Chicago, intatti i sogni da musicista ma nel presente solo la vita grama di un apprendista falegname.

Per il ritorno discografico a suo nome si sono dovuti attendere sette anni, ma è stata la volata lanciatagli dallo split con i Thee Oh Sees a garantire a Paul e al suo “Ghost Of A Man” la necessaria visibilità e buone recensioni. Quasi un lustro più tardi, rieccolo in pista con una backing band ufficiale (The Small Scarys) e un disco nuovo di zecca intitolato “Coyote” come uno dei vecchi pezzi, ovviamente non incluso nella scaletta.
Prima fotografia di questa polverosa collezione è l’istantanea (sovraesposta, come da copione) di un deserto incendiato dal sole. Un paesaggio brullo e scarnificato, con quella sua chitarra lancinante a mimare nel riverbero la sadica danza della luce. Attacca come un esorcismo ma si infiamma via via fino a somigliare a un arido boogie, con la voce filtrata che marca la distanza e racconta la ferocia imperturbabile di uno scenario desolato, disumano: un biglietto da visita che lascia quindi da parte i convenevoli per ripresentarci l’artista nella sua cruda onestà di country-folk-bluesman eremita, acre come solo i migliori Felice Brothers. La formula guarda agli albori dell’Americana tutta, ma la sua ricerca non preclude nuove declinazioni dell’epica rock, nella sporcizia di una confezione spartana e tagliente. La bassa fedeltà si ritaglia in quest’ottica un ruolo da coprotagonista. Invade ogni spazio, satura la grana, infetta gli strumenti – su tutti il Farfisa in stato terminale di Adam Penly – mentre a garantire ulteriore sostanza provvedono l’impronta ritmica roboante e un cantato al solito molto animato. L’equazione porta al gioiello “Born With A Tail”.

Il rockabilly affogato nel Delta e rivisitato in chiave hardcore dell’album precedente pare solo un ricordo anche se, di rado, quell’indole travolgente e quasi punk torna a riaffacciarsi: prova ne è la sfuriata di “Come Back Down”, che taglia qualsivoglia elucubrazione intellettualistica per lasciare l’esclusiva a un ardore non contaminato, di grande purezza. “Carousel”, western di quelli rovinatissimi che farebbero gola a Tarantino, insiste con lo stesso immaginario del dropout ispido e tormentato già andato in scena nelle precedenti incarnazioni, mentre fiati pure brutalizzati dai feedback si incaricano di arricchire l’affresco con tonalità più che calde, bollenti. E la canicola è il teatro deputato a ospitare il romanticismo secondo Paul Cary: una posa guasta, decadente ma fatale, un po’ come nel giovane e ancora incespicante Lawrence Arabia (il congedo di “Don’t Kiss Me”).

Ma il musicista statunitense sa far vibrare le corde giuste anche ad andature molto più blande (“Tin Hat”, “To The Fire”). Può essere che si rallenti sensibilmente, ma le coordinate espressive restano quelle, pungenti quanto basta. E se pure il tono in parte si illanguidisce, la cappa di afosa, rassegnata disperazione non ha modo di disperdersi e le asperità restano un dettaglio quasi tangibile. Episodio cruciale, in tal senso, è allora “It’s Alright”: malato, funereo, tiranneggiato dall’interpretazione ieratica di un artista capace comunque di graffiare al momento opportuno (la festa a base di cartavetro del finale). Per paradosso, dietro l’imperfezione di un lo-fi poco incline al compromesso, dietro quell’enfasi di esacerbata teatralità, non dovrebbe essere arduo riconoscere un rigore da cantore desertico nemmeno poi chissà quanto distante dalle vette ascetiche di un David Eugene Edwards o dalla poetica romanzesca del miglior Lanegan. Poi certo, Cary non fa nulla di eclatante, si limita ad appiccare il fuoco con la poca benzina che ha con sé e forse non occorre altro. Sarà anche solo un bluff, ma condotto con tale bronzea sfrontatezza da dargli ragione quasi a prescindere.

Al di là del cliché e di una propensione al bozzetto magari limitante, rimane difficile negare a Paul un approccio al garage originale, coerente e particolarmente incisivo. Tralasciato in un’occasione soltanto, “Lost Jump”, quando fa comodo abbracciare un revival più canonico. Anche in quel caso però non manca il condizionamento degli slanci rumoristi, una maschera applicata su un brano che avvicina bubblegum e power-pop ma non rinuncia alla cattiveria delle esasperazioni chitarristiche e al nuovo arsenale ritmico potenziato. Il canto del coyote, evidentemente.

(04/08/2014)

  • Tracklist
  1. Daggers
  2. Born With A Tail
  3. Carousel
  4. Tin Hat
  5. Come Back Down
  6. It's Alright
  7. Lost Jump
  8. To The Fire
  9. Don't Kiss Me




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