Quilt

Held in Splendor

2014 (Mexican Summer) | acid-folk, psych-pop

1968, Boston, Massachusetts. La giovane Anna, una graziosa ragazza militante con un fiore fra i capelli e la musica di Bob Dylan nella testa, un giorno incontrò due tipi gentili e simpatici, dall’aria piuttosto stralunata e con due buchi neri al posto degli occhi. Shane Butler e John Andrews, talentuosi musicisti appena ventenni, erano appena tornati negli States dopo aver assistito agli scintillanti “Games for May” di Londra; i due amici stavano cercando proprio in quei giorni una voce femminile per un nuovo progetto musicale.
Il nome del gruppo sarebbe stato Quilt, un riferimento alla forma d’arte basata sull’uso di tecniche tradizionali di trapuntatura che permettono di creare veri e propri capolavori visuali. L’idea era quella di ricreare un linguaggio musicale armonico e floreale di matrice tipicamente acid-folk che potesse avvicinarsi ai mantra pacifici e rilassati di Byrds e Moby Grape, aggiungendoci magari un Farfisa dei già ammirati Floyd di “The Piper At The Gates Of Dawn” e qualche folgorazione psichedelica sulla scia dell’album che stava cambiando la storia della musica, senza per questo essere una copia-carbone di nessuno di questi.

Una piccola Vashti Bunyan dagli occhioni blu chiamata Anna Rochinsk e due spilungoni dai capelli lunghi con un debole per le sperimentazioni sensoriali: questa è la storia dei Quilt. O perlomeno, questo è ciò che si potrebbe pensare dopo il primo ascolto di “Held in Splendor”, disco uscito da poche settimane ma ascrivibile di fatto a tutt’altra epoca storica. Un album tanto bello quanto totalmente fuori dal tempo, con tanti saluti agli inflessibili detrattori del revivalismo musicale. Vi diranno che si sono conosciuti alla School of the Museum of Fine Arts di Boston qualche anno fa, che il primo album che porta il nome della band è uscito nel 2011 ha incontrato i favori della critica già estasiata dal recente corso psichedelico aperto dai Tame Impala, che il prossimo aprile verranno in tour in Europa e passeranno pure dall’Italia. Credeteci, è tutto vero.

Ed è da queste certezze che bisogna partire per parlare di questo “Held In Splendor”, piccolo gioiellino che si snoda intorno alle voci di Butler e, soprattutto, di Anna Rochinsk (una musa tascabile a metà fra St. Vincent, Melody Prochet e Binki Shapiro) immerse in un universo colorato fatto di chitarre calde e rassicuranti, tastiere e violini, riverberi e wah-wah che dilatano lo spazio-tempo e ci consegnano delle divertenti e rilassate jam session a metà fra l’acid-folk e il prog. Ecco quindi che canzoni come “Tie Up The Ties”, “Eye Of The Pearl” e il singolo “Arctic Shark” ci proiettano istantaneamente in un luogo luminoso e pacifico, lontano dal grigiore e dallo stress di tutti i giorni, in cui potersi sdraiare in mezzo a un prato a strimpellare la chitarra in tutta libertà in un pomeriggio di inizio estate. Il quadretto allucinato di “Just Dust” ci regala una Rochinsk in stato di grazia, mentre le più movimentate “A Mirror”  e “Tired & Buttered” si avvicinano forse troppo ai territori battuti dai Woods. A chiudere ci pensa la bella “Talking Trains”, episodio intimista e più visceralmente folk.

Utilizzando elementi e formule già consolidate negli anni, i Quilt propongono un patchwork fresco e godibile, da riassaporare quando il clima sarà più clemente e con l’unico punto debole da ricercare nell’originalità della proposta (se cercate quella, bussate ad altre porte). Nell’attesa di ammirarli anche dal vivo, immaginateveli come dei giovani menestrelli folk degli anni 60 con i pantaloni a zampa, le giacche in satin e un fiore fra i capelli. In effetti, non dovreste fare neanche troppa fatica.

(18/02/2014)

  • Tracklist
  1. Arctic Shark
  2. Saturday Bride
  3. Eye Of The Pearl
  4. Mary Mountain
  5. Tie Up The Tides
  6. The Hollow
  7. A Mirror
  8. Just Dust
  9. The World Is Flat
  10. Tired & Buttered
  11. Secondary Swan
  12. Talking Trains


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