Findlay Brown

Slow Light

2015 (Dead People's Choice) | songwriter

Sono passati otto anni da “Separated By The Sea”, disco d'esordio del cantautore inglese prodotto da Simon Lord (Simian). Maturo e personale, il primo album di Findlay Brown gettava lo sguardo più all’America di Paul Simon che all’Inghilterra di Nick Drake, con una serie di canzoni ricche di personalità. 
Dopo il fugace successo del suo brano “Come Home”, utilizzato per uno spot di una famosa carta di credito, l'interesse della Verve e di Bernard Butler lo hanno coinvolto in un improbabile scenario rock’n’roll, con i fantasmi di Phil Spector e Roy Orbison dietro le quinte, e un album (“Love Will Find You”) caduto istantaneamente nel dimenticatoio. 

Trasferitosi definitivamente a New York, Findlay Brown riprende il discorso musicale primigenio, rimettendo al centro dell’attenzione la scrittura delle canzoni, che vengono svincolate dalla dimensione mainstream, e che al contempo mettono in evidenza l’interesse dell’autore per il minimalismo di Terry Riley e Philip Glass.
Per un musicista affascinato più da Jackson C Frank (che ispirò il primo album) e Tim Hardin, che non dagli eroi incorrutibili del songwriting come Bob Dylan, Nick Drake o Leonard Cohen, la creazione non è un semplice esercizio stilistico, e “Slow Light” non nasce da obblighi contrattuali.

Ed è cosi che avviene quella leggera rivoluzione d’intenti, che svincola la musica dal suo essere puro prodotto, e l'approssima all’arte. L’introduttiva “Run Home” solo per un attimo indugia nella prevedibilità del folk-pop, disturbata in coda da fremiti elettronici, che anticipano i toni plumbei e sinistri della superba “Make A Getaway”: figlia illegittima del synth-pop degli Ultravox o dei Beach House più malinconici.

L’ispirazione non abbandona mai l’autore, che distrae il pop vivace di “Made Of Stone” con esoterismi ritmici quasi afro, iniettando twist e baroque-pop nella solare “Ride Into The Sun”, e infine lasciando scivolare la grazia del suo fingerpicking nelle maglie di “Alone Again”, le stesse che vibrano malinconiche e solitarie nell’affresco acustico di “Mountain Falls For The Sea”, che è un ulteriore omaggio al suo maestro Jackson C Frank.
Anche i due interludi strumentali, la neosinfonica “Emeralds” e la quasi avantgarde “Beyond The Void (part II)”, sono parte integrante della struttura sonora, non vacue cornici, di un album fatto di chiaroscuri e raffinate sfumature di grigio.

E’ quasi un delitto l’esistenza di “Slow Light” unicamente in formato digitale (anche se è prevista un’edizione in vinile), un album che ha dalla sua una narrazione sonora e poetica originale e ricca di stile, anche quando si nutre di psichedelia e pop alla maniera dei Beatles in “All Is Love” (racconto di un’esperienza con allucinogeni e riti sciamanici vissuti dall’autore in Colombia), o quando gioca con lo spaghetti-western e Ennio Morricone, nell’ibrido acustico-finto-orchestrale di “Born Of The Stars”.

Il terzo album del musicista inglese riporta in essere tutte le belle suggestioni di otto anni fa, confermandolo autore di talento, e noi non possiamo che ringraziare il suo nonno chef, che vendendo i suoi preziosi autografi di Beatles, Queen e altri artisti, comprò la prima chitarra al giovane Findlay. Mai investimento fu più proficuo.

(07/11/2015)

  • Tracklist
  1. Run Home
  2. Made Of Stone
  3. Make A Getaway
  4. Mountain Falls For The Sea
  5. Emeralds
  6. All Is Love
  7. Ride Into The Sun
  8. Alone Again
  9. Born Of The Stars
  10. Beyond The Void (part II)






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