Giuseppe Righini

Houdini

2015 (RibÚss) | cantautorato pop

La velocità uccide le nostre reali fruizioni sensoriali, ne accelera troppo i battiti, alimentando un tachicardico ed egoistico bisogno di arrivare prima degli altri, quali che siano questi ipotetici altri. Non c'è nulla di più inebriante del poter sfruttare le infinite possibilità dell'ascolto senza patemi d'animo, quell'incanto che porta in dote la calma olimpica del giudizio pacato, anzi oculato, quello che raramente sbaglia il bersaglio.
L'album in questione è uscito in primavera, senza avere peraltro le caratteristiche del disco prettamente estivo, ma di fatto ha trovato il modo di rinfrescare le bollenti bordate climatiche di questa lunga estate africana. Giuseppe Righini, chi scrive, non lo conosceva - a parlare in terza persona a volte si pregiudica la propria igiene mentale, ma funziona così - sta di fatto che il timido ascolto della prima ora si è trasformato, a poco a poco, in un appuntamento quasi quotidiano, un frammento alla volta, nelle usuali percorrenze automobilistiche, sul pc, mentre il lavoro impegnava la mente attiva, oppure in cuffia dal "pod", nella (quasi) giornaliera messa in pratica della filosofia del camminare.

Houdini, terzo lavoro del cantautore riminese, è una piacevole sorpresa, che alla fin fine ci riporta ad atmosfere ormai consolidate nel cantautorato italiano di seconda, terza o ennesima generazione, quello colto, impegnato e tosto, derivante - ma non derivativo - dal post-quasitutto del periodo d'oro di fine secolo scorso. Quell'indole musicale che dai La Crus (mai abbastanza compresi) e i Massimo Volume (gloria nazionale) ci porta fino a Paolo Benvegnù (gran maestro degli Scisma) attraversando le emotività di cento e una personalità eccellenti: siano esse Andrea Chimenti (e non citiamo a caso), Marco Parente, il trascurato "Pacifico" De Crescenzo, su su fino ad arrivare ad autori diventati, loro malgrado, più mainstream.
Canzoni alimentate dalla sperimentazione elettronica, l'"electrorato" come lo ama definire lui stesso, ma che  attingono più esplicitamente alle canoniche - ma non usurate - leggi della "bella composizione": a partire dai testi, asciutti e visionari, abilmente inquietanti ed efficaci, i quali crescono alla distanza come, del resto, la sintassi musicale.

Per la biografia - interessante - dell'autore vi rimandiamo al suo ufficio stampa o ai suoi biografi, noi certifichiamo questa opera terza, avendo preso in considerazione anche il resto, del quale però non tratteremo. Le canzoni hanno una tracciabilità comune all'escapismo del mago citato nel titolo, sono ermetiche, neo-industriali, anzi meglio, sono post-atomiche per citare certe ossessioni degli anni Ottanta; garantiscono un eccitante esercizio mnemonico, il quale accresce le possibilità di trovarvi una soluzione, ascolto dopo ascolto.
Non vi sono picchi o singoli episodi da prendere ad esempio, bensì una più ordinata sequenza di capitoli che fanno capo a un ipotetico romanzo fanta-noir, oppure a una raccolta di novelle bizzarre, à-la Dino Buzzati; il tutto è adatto a un pubblico intellettuale, adulto, ma non disdegnante - anzi desideroso - di essere al contempo molto pop(noir)-friendly. Righini usa bene le sue doti vocali, contemporanee e forse un po' mimetiche (le voci si rincorrono, si somigliano, alla costante ricerca di una modernità che prenda le distanze dal passato), ma perfette per esaudire la ricercatezza del bel canto.

La musica è variamente collusa con la classicità elettronica degli Eighties, e non solo: la splendida ballata che principia il lavoro, "Monge Motel", è un raffinato motivo che scandisce in pochi minuti, senza esitazione, una stratificazione sonora di almeno tre decenni di parafrasi sintetiche, il techno-pop si contorce e si rinnova nella title track; il sound si lascia contagiare dallo stile Subsonica di "Bye Bye Baba" e "Tic Toc Bar", o interagisce con la folktronica (Notwist?) di "Magdalène", svisa sull'electronic-blues meno canonico di "Amsterdam", si lascia catturare dall'universo ultravoxiano del marpione Midge Ure nella ricercata "Lungo la strada": volontario o inconsapevole, anche l'atteggiamento canoro tradirebbe questa inclinazione.
C'è molta Germania, o voglia di, e la melodia (benedetti i natali in riva all'Adriatico) sovrasta comunque le fredde leggi del silicio e dei componenti derivanti: in definitiva, si viaggia su un sincretismo sonoro veramente intrigante, mai avaro di sorprese, che avvalora, episodio dopo episodio, una conoscenza non superficiale della materia trattata. Il fatto di ritrovarsi a canticchiare sovrapensiero "Nonsense Dance" oppure la già citata "Magdalene" è la conclamata prova dell'efficacia di un lavoro ben fatto, onesto e di grana fine, di gran lunga superiore alla media del canzoniere italiano corrente - specie quello spacciato per avanguardia.

(01/10/2015)

  • Tracklist
  1. Monge Motel
  2. Magdalène
  3. Amsterdam
  4. Nonsense Dance
  5. Licantropia
  6. Bye Bye Baba
  7. Tic Toc Bar
  8. Lungo la strada
  9. Houdini
  10. Non siete soli
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