Joanna Newsom

Divers

2015 (Drag City) | songwriter

La genietta Joanna Newsom, arpista, multistrumentista, originale vocalist, una delle massime creatrici di canzoni degli anni 2000, ha offerto un grande ibrido che fa un tutt’uno di flusso di coscienza, introspezione melanconica, acrobazie canore, orchestrazioni grandiose o cervellotiche, miniaturistiche o distese. Due le pagine ambiziose, la grande cantata per voce, arpa e orchestra di “Ys” (2006) e lo sfinente triplo “Have One On Me” (2010), due album che hanno di certo marchiato la storia musicale dei tempi recenti. Dopo più di cinque anni, il seguito “Divers” rinuncia prudentemente a cotanta ampiezza e ricalibra la monumentalità per un più facile formato medio. E’, banalmente, la versione mignon del predecessore.

Come al suo solito la Newsom raggiunge una fusione dimessa e anti-spettacolare tramite arrangiamenti imprevedibili. In alcuni momenti raduna tango, folk cinese e ballata da piano-bar (la title track “Divers”, a convergere in un refrain da sofisticatissima dedica amorosa), in talaltri contrasta un’immacolata, pastorale ode da camera Kate Bush-iana con registri da musical, una marcetta dell’arpa e il primo uso dell’elettronica (“Anecdotes”, il suo tipico uso della narrazione movimentata). Una dipintura naif di intreccio, contrappunto e fugato di piano elettrico e clavicordio, la stessa naiveté della Joni Mitchell di metà anni 70, anima “Goose Eggs”. “Sapokanikan” mischia vaudeville e carillon, opera lirica e melisma folk, fanfara e cori sovracuti. Fosse una cantautrice alle prime armi, questi sarebbero capolavori autentici.

Ameni ma non così giustificati, e non certo innovativi, sono gli inni che la fanno regredire alle sue radici folk, “Waltz For The 101st Lightborne” e “You Will Not Take My Heart Alive”. La Newsom ha sempre e comunque un fuoco interiore invidiabile: è proprio questo a scodellare “Time As A Symptom”, la sua via titanicamente wagneriana (e filosofica) all’ode notturna, e “Leaving The City”, meraviglia ancestrale da mottetto rinascimentale, uno dei suoi migliori travestimenti da fatina postmoderna.
I brani brevi, poi, scavano abissi psicologici con una scioltezza degna di Annette Peacock. E’ in momenti come “The Things I Say” che si accarezza il suo talento di scrittrice pura (nonché di performer), mentre il meno pretenzioso dei duetti arpa-banjo fa di “Same Old Man” un piccolo country lunare.

Quarto album, oltre a qualche Ep e qualche sparuta collaborazione, in poco più di una decade di attività. Primo disco normale della cantautrice di Nevada City (classe ’82). Significa, per i suoi mirabili standard, tono cangiante, bel cielo fiabesco, inventiva ricca. Significa pure manierismo. E’ anche un disco sul concetto di brano pop elevato ad autoterapia. Opera dolce più che epica con la forza (e i rischi) di chi si mantiene in bilico tra onirico e terreno. Diverse comparse, quasi una per canzone: c’è la City Of Prague Philarmonic Orchestra (ma anche Nico Muhly). Per via di una dura presa di posizione contro le piattaforme di streaming, non è disponibile su Spotify.

(24/10/2015)

  • Tracklist
  1. Anecdotes
  2. Sapokanikan
  3. Leaving The City
  4. Goose Eggs
  5. Waltz For The 101st Lightborne
  6. The Things I Say
  7. Divers
  8. Same Old Man
  9. You Will Not Take My Heart Alive
  10. A Pin-Light Bent
  11. Time, As A Symptom


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