Marsen Jules

The Empire Of Silence

2015 (Oktaf) | ambient, drone, post-minimalism

Da qualche mese Marsen Jules pare essere in grandissima forma. La sua parabola recente porta i nomi di “Beautyfear” e “Sinfonietta”, due lavori continuativi inframezzati solo dalla parentesi immersiva di “At GRM”. Si tratta di un percorso in cui l'artista tedesco ha progressivamente deviato la sua musica generativa dai suoni organici di “The Endless Change Of Colour” a una dimensione corale, massimalista, per certi versi – parafrasando uno dei due titoli citati – davvero sinfonica. Dando così vita a uno stile che, pur mantenendo ben saldi (molto più di quanto lo siano fra i suoi contemporanei) i legami con l'ambient music tradizionale, sembra acquisire ogni disco di più un carattere personale e inconfondibile.

“The Empire Of Silence” è l'attuale vetta creativa del percorso, un lavoro che unisce una cura parnassiana per la bellezza formale a una profondità sostanziale con pochi eguali. Nonostante la divisione in otto brani, lo svolgimento dell'opera è continuativo: è una panoramica senza origine né destinazione della quale Jules rivela solo alcune istantanee, incredibilmente intense seppur prive di riferimenti, necessarie a renderla intellegibile, per poi lasciare che sia l'ascoltatore a “unire i punti” a modo suo. È un viaggio in cui, di fatto, l'evocazione visiva scompare, per lasciare spazio esclusivamente al passaggio fra percezione uditiva e stimolazione mentale: è questa la dimensione in cui i flussi sovrapposti e assemblati a puntino trovano la loro sintesi definitiva.

L'ouverture di “Penstla” lavora sull'intermittenza tra intensità e delicatezza, riappropriandosi delle lezioni sonore di Eno per privarle della loro matrice concettuale, eliminando di fatto qualsiasi forma di ambiente circostante. Si procede sul piano del suono puro e della sua capacità sensoriale anche nell'aurora boreale di “Kayi” e nella splendida “Katiyana”, un'autentica lezione di process-generation in cui qualsiasi ascoltatore non può che perdersi irrimediabilmente.
Jules lavora anche sulla carica umorale dei brani, seppur nascondendo quest'ultima dietro i suoni: esempio magistrale in tal senso è “Naklin”, l'episodio più teso e oscuro del lotto, sebbene sia praticamente impossibile captare l'origine di tale impressione.

Il meraviglioso artwork che accompagna il disco è forse l'unica rappresentazione visiva possibile del soundscape, efficacissima nel fornire un'impressione immediata di dove il disco potrà condurre. Colline bianche, vuote, anticamere di quel nulla in cui lo sciame di droni in continuo movimento del capolavoro “Tlaslo” sembra immergere, amalgamandosi e scindendosi da flussi limpidi e penetranti, moltiplicati fino al punto tale da raggiungere una coralità autenticamente sinfonica. Quest'ultima è confermata nella magniloquente “Skriniya”, altra meraviglia cullante la cui pienezza sonora è quasi in contrapposizione con l'introversione di “Chahatlin” e l'intimo lirismo della conclusiva “Ylaipi”.

E dopo tutte queste parole spese, è tempo di lasciar spazio al silenzio. Anzi, alla musica, ovvero il suo impero.

(25/03/2015)

  • Tracklist
  1. Penstla
  2. Tlaslo
  3. Kayi
  4. Skriniya
  5. Katiyana
  6. Naklin
  7. Cahatlin
  8. Ylaipi
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