Avete a disposizione 27 minuti di tempo? Se sì, allora sedetevi e godetevi il primo album di questo cantautore di Bristol, anche se non si tratta di un vero e proprio esordio, visto che Martin Callingham è l’uomo dietro il progetto Joyce The Librarian, che nel non lontano 2012 deliziò pochi fortunati con l’album “They May Put Land Between Us”.
Persi i compagni di viaggio per motivi personali o lavorativi, Martin ha realizzato che avere una band stabile era quasi impossibile, così ha raccolto alcuni amici come Anna Kissell e Gareth Bonello dei The Gentle Good e i concittadini Tom Van Eker e Helen Stanley, per farsi dare man forte nella messa a punto della giusta cornice sonora dei suoi bozzetti chamber-folk.
C’è tutto il candore e la raffinatezza del folk inglese, ma anche l’abilità della scrittura di Paul Simon nelle dieci tracce di “Tonight, We All Swim Free”, anche se il tono più descrittivo e pastorale esilia l’album nel dorato mondo degli album cult. Ed è un peccato perché il tempo che dedicherete a questi bozzetti chamber-folk potrebbe essere uno dei modi migliori per ingannarne l’arido defluire.
L’esordio solista del ragazzo di Bristol è infatti un album sul tempo, su quello breve che occupa nelle sue dieci tracce, o quello più lungo necessario per poterne apprezzare le piacevoli variabili.
“Rhosgoch” e “Tides Return” aprono e chiudono la sequenza, lasciando la sensazione che non sia successo nulla in quel lasso di tempo, che ha comunque visto sezioni d’archi prendere per mano le ambizioni sinfoniche del twee-pop di “Knots”, o ha lasciato scivolare le gocce di una pioggia sorda sulle cristalline sonorità di “Portland Square”. Questo perché Martin Callingham è un artista della discrezione, un poeta delle piccole emozioni, di quelle che sfuggono al ritmo sempre più caotico della quotidianità.
Gli accordi di chitarra acustica sono pochi e semplici, a volte si ripetono non per mancanza d’idee, ma per non affollare il pensiero e le parole, che sono sempre cantate con un tono mesto e confidenziale che somiglia a un sussurro (Gliding”), su una musica delicata e ricca di flebile romanticismo, che solo per un attimo si fa prendere dall’estasi del ritmo sincopato simil-jazz (“Build Us A Path”) o da quella sordida malinconia che assomiglia a una preghiera (“On You Mark”).
Diradata la bruma, si resta facilmente affascinati dagli archi di “Hare On The Hill”, dal poco straordinario fingerpicking di “Tides Return”, o dalle soffici acrobazie di flauto e violino di “Folding”, quasi a suggello di quella leggera sensazione d’incompiutezza, che è l’unico difetto ma anche il vero pregio di questo raffinato affresco naif.
26/03/2015