Peter Prautzsch

The Fever Drawings

2015 (Palacmusic) | elettronica

Ogni anno solare ha la sua scoperta tardiva, il colpo che emerge giusto pochi giorni dopo dalla consegna delle tradizionali classifiche che dovrebbero riassumere il meglio dell'anno stesso. Quella sorpresa quest'anno porta il nome di Peter Prautzsch, giovane compositore e designer tedesco attivo in realtà da quasi una decina d'anni con una serie di pseudonimi, tra cui Palac, che dà il nome anche alla sua etichetta discografica. Un artista rimasto lontano dai riflettori nonostante un ottimo disco che tre anni fa aveva potuto forgiarsi del contributo, fra gli altri, di gente come Vladislav Delay e Marcus Weiser.

Prautzsch è un artigiano del suono elettronico che raccoglie le sue coordinate da una serie di esperienze ben definite: il dub-techno nelle sue incarnazioni più lontane dal dancefloor (qui torna proprio il nome di Delay), le inclinazioni più cosmopolite e contaminate del classicismo moderno (vedi alle voci Greg Haines e Bersarin Quartett), il melodismo analogico memore del cosmo (tanti i rimandi anche allo Steve Hauschild solista) e quella nu school che ha revitalizzato l'elettronica anni Novanta recuperandone e ri-semantizzandone l'estetica, di cui Jon Hopkins è odierno capofila. Un bagaglio ingombrante che Prautzsch ha il merito primo di saper qui gestire e dosare alla perfezione.

“The Fever Drawings” è infatti un disco che vive su un equilibrio particolare, precario al punto giusto per non precluderne le dinamiche e le sfumature, sostenuto in modo tale da non sfociare nel caos estetico. E nonostante questa forte componente “cerebrale”, è forse uno dei prodotti più immediati e genuini partoriti quest'anno, tutto sostanza, ricchissimo di carne al fuoco. L'ossimoro nel titolo dell'iniziale “Quiet Joys” è il metro ideale per cogliere appieno lo spirito dell'album, che proprio da questa travolgente ondata sintetica, prima immersiva e armonica e poi sempre più sostenuta e quasi ballabile in un mare magnum di melodie, prende le mosse.


La ricerca su ciascun singolo suono fa capo a un parnassianismo tale da ricordare le esperienze nipponiche di casa Nothing66 (Ametsub in testa). Ma al posto della chillout illustrativa e calcolata di queste, lo spazio qui è completamente a disposizione della libera ispirazione. Quella che porta a convivere calorosi affondi orchestrali su tribali (“Unfold Fully”, possibile remix di un pezzo dei Bersarin Quartett), nevrosi rituali per vibrafono (“Knife Dance”), climax cinematografici (l'avvicente passeggiata nella selva di “The Barbarians”, l'inquieto dub umanoide di “Wolf Trap”) ed esplorazioni ai confini con saliscendi post-rock (l'avvolgente e strepitosa “Flatter Glow”).

È un caleidoscopio di visioni, sensazioni, percezioni sensoriali coese nel loro svolgimento e nelle scelte sonore quanto talvolta distantissime negli umori e nei colori. La lussureggiante “Victorian Dove” tiene insieme le tendenze all'alienazione dub e al romanticismo sintetico di alcuni brani precedenti, in semi-contrapposizione con la tensione romantica in free-form di “Pure Thought” e la libera improvvisazione sghemba di “The Curve”.
A chiudere la sequenza, di nuovo all'insegna della magniloquenza, il ralenti bucolico di “Night Song”, sosta termica prima della rovente conclusione di “Coastal”, fra spasmi percussivi, rintocchi di batteria e calore sintetico.

Una gradita sorpresa di fine anno, ma potenzialmente molto di più: il disco “di lancio” di un artista che può ambire, con un po' di fortuna, a palcoscenici di primissimo piano.

(02/01/2016)

  • Tracklist
  1. Quiet Joys
  2. Knife Dance
  3. Unfold Fully
  4. Wolf Trap
  5. The Barbarians
  6. Victorian Dove
  7. Pure Thought
  8. The Curve
  9. Night Song
  10. Flatter Glow
  11. Coastal
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