Gianni Venturi & Lucien Moreau

Moloch

2016 (autoproduzione) | avant-rock, spoken-word

Due artisti eclettici si incontrano per l’imponente operetta agit-prop “Moloch”. Da una parte lo scafato Gianni Venturi, già a suo agio con teatro, poesia e prosa, recitazione, con un curriculum ampio e sfaccettato che comprende anche pittura e scultura. Dall’altra l’incognito Lucien Moreau, più giovane, artista multimediale autodefinitosi figlio adottivo della Beat generation, trascendentalista e fondatore del Movimento Nullo con Giacomo Marighelli.
La risultante è una lunga e ampia sequenza di tecniche miste e recitazioni, aperte dall’overture del caso, una tremebonda “Dorje Phurba” che rielabora i violenti cervellotici pattern dei primi Swans. Se “Eindao”, un beatbox glaciale e miasmatico, si lascia dominare da un rap piuttosto infantile, ben più matura e genuinamente non-sense è “Kaddish”, una smarrita cavatina pianistica osteggiata da cori gregoriani mutati orrendamente ad alieni, e un canto da ballata civile che raggiunge la follia teatrale e lascia poi il posto a un assolo di percussioni belligeranti.

Seguono, sulla falsariga, la spettrale e demoniaca “Rivoluzione”, una versione ancor più logorroica del “God In Three Persons” dei Residents, poi “Satori”, vera prova di scultura sonora su om e canti d’incantatori di serpenti, la desolata e claudicante “Qohelet”, il tango cubista con filastrocca bambinesca anti-capitalista e anti-clericale recitata meccanicamente e senza emozioni di “La soluzione”. Il finale è un pastiche di armonie persiane di nuovo caotico e tuonante, “Lo sciamano”.
Fin qui è un album di musica d’avanguardia; gli episodi di corredo, invece, rendono quel tanto di umanità al disegno generale. “Libera la follia” esprime un contrasto stridente tutto Tom Waits-iano, un fragile valzerino al piano e una vociaccia invadente, contrastata però da un controcanto femminile folle. Scenografico e non drammatico, “Il circo dei normali” spinge all’eccesso la personificazione di Venturi in imbonitore da fine ‘800. A parte la tempesta sinfonica di archi e percussioni che soffoca il monologo disperato in “Tiger Tiger”, la più equilibrata ballata di “Canto armonico del silenzio” ha una pregevole dissolvenza elettroacustica.

Appena inferiore al coevo e perfettamente analogo “White Out” (2016) di Barachetti/Ruggeri, per via di quella prolissità (di parole soprattutto) che è sì densa di carica poetica - riferimenti e dediche all’“Howl” di Ginsberg e a Blake - ma che fa anche perdere di vista la coerenza della scansione dei brani, dunque un filino pretenzioso. E’ un concept riottoso, che non incita affatto a rovesciare il sistema ma contempla anzi la disfatta degli stessi ideali rivoluzionari, non cercandone nemmeno la spiegazione: Brecht forse approverebbe. Venturi e Lucien non trovano un equilibrio di parole e soundscape, piuttosto s’influenzano a vicenda, tuonando, piangendo insieme, a volte senza direzione. C’è più di qualche momento d’effetto che catalizza l’ascolto, comunque. Quasi vitale l’intervento delle vocalist di corredo; una, Alice Lobo, torreggia con un eccellente trasformismo che supera anche Venturi. Video: “Eindao” (anche in bonus track con versione alternativa).

(02/02/2017)

  • Tracklist
  1. Dorje Phurba
  2. Eindao
  3. Kaddish
  4. Tiger Tiger
  5. Il circo dei normali
  6. Rivoluzione
  7. Satori
  8. Anime erranti
  9. Bambina di fragola
  10. Urlo (la frequenza)
  11. La soluzione
  12. Canto armonico del silenzio
  13. Qohelet
  14. Libera la follia
  15. Lo sciamano
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