Felidae

Baby Someday

2016 (Anaphora Records) | alt-rock

Un ascolto disattento, con la mente altrove, potrebbe far pensare che “Baby Someday” abbia tutte le carte in regola per potersi definire un ottimo album di rock moderno e nostalgico al tempo stesso, con quei suoni vintage miscelati a ritmiche esotiche. Del resto, è lo stesso Felidae a incarnare una certa anima multiculturale, visto che, originario di Tel Aviv, è ora stabilmente di stanza a Berlino e per questo nuovo album si è avvalso di musicisti provenienti anche da Usa, Italia e Turchia.

Tutta questa varietà “geografica” si riflette nella sua musica ed è così che ritroviamo a braccetto note levantine, digressioni lisergiche, synth che paiono suonare spartiti mediorientali; tutto al servizio di un rock che prova a essere potente anche grazie a una decisa sezione ritmica.
Anche sotto l’aspetto lirico, questo senso d’integrazione, multiculturalità ma anche i suoi contrari, sono affrontati con fermezza, sia con riferimento ai più recenti fatti di cronaca che hanno messo faccia a faccia la civiltà occidentale e quella orientale, sia seguendo inferenze più generali in merito alle evoluzioni che ci stanno investendo, in ambito collettivo come individuale, in rapporto a questa palesata necessità di raggiungere una qualche forma di egemonia per non sentire fallita la propria esistenza.

Tuttavia, quando l’ascolto si fa più diligente, i limiti prima non scorsi diventano evidenti, sotto le più disparate prospettive. Partiamo dalla scelta di registrare il tutto in presa diretta, sovraincisioni escluse; predilezione spesso ottimale per ridurre i tempi e far suonare il tutto sotto una veste più diretta, viscerale e sincera, ma che non sempre, come in questo caso, è il modo migliore per rendere l’idea di quella che è la proposta messa sul piatto.
La voce è eccessivamente preponderante rispetto a tutto il resto e oltretutto non certo eccelsa, specie sotto l’aspetto timbrico. Lo stile musicale è poco coraggioso e le incursioni a destra e a sinistra del continente europeo sono appena accennate, tanto che il sound nel suo complesso finisce per scadere in una profonda banalità. Tutti i punti di riferimento dichiarati dal “giudeo a Berlino”, come si definisce, da The Cure ad Arctic Monkeys passando per Nirvana e The Beatles, suonano come una forzatura, ascoltando le dieci canzoni, giacché manca totalmente la cupezza dei primi, l’energia dei secondi, la disperazione rabbiosa dei miti di Seattle e la capacità di miscelare melodia e psichedelia dei Fab Four e piuttosto ci sembra di ascoltare una commistione tra Placebo e britpop con qualche forzatura folk-grunge.

Alla lunga, questo “Baby Someday” appare come un lavoro mediocre e autoprodotto da una band di provincia senza troppe idee e talento, più che l’ambizioso progetto di un musicista con il cuore a Israele e l’anima a girovagare per il mondo.

(28/11/2016)

  • Tracklist
  1. Barbaria
  2. Still Burning
  3. Indoor Trance
  4. Baby Someday
  5. Tesla And All That
  6. No Right To Remain Silent
  7. Between The Legs
  8. Laying On The Sky
  9. Like a Movie Star
  10. She Ain't Rock & Roll
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