Jake Bugg

On My One

2016 (Virgin)
folk, blues, pop

Detto in tutta sincerità, se c'era un talento della musica britannica sul quale avremmo scommesso un roseo avvenire, questo era proprio Jake Bugg. Da uno che a diciott'anni (anzi, meno) è in grado di scrivere canzoni come "Lightning Bolt", "Two Fingers" e "Seen It All", in linea di massima, è lecito aspettarsi grandissime cose. E, sempre detto tra noi, il buon Jake Edwin Kennedy, dall'alto dei suoi ventidue anni, ha ovviamente ancora tutto il tempo e il modo per far sbocciare il suo enorme potenziale.
D'altro canto, però, quelle folgoranti premesse non sono state più confermate nei lavori successivamente pubblicati dal songwriter di Nottingham. Non nel successivo "Shangri-La", buttato fuori in tutta fretta, quasi a voler spremere fino all'ultima goccia la spensieratezza ispiratrice della prima ora. Né tantomeno, ahinoi, in questo ben più studiato (forse troppo...) terzo capitolo discografico concepito nell'arco di tre anni in quasi totale solitudine - soltanto tre pezzi sono prodotti da Jacknife Lee.

Di certo, "On My One" - il primo album in cui Jake non è ritratto in copertina - porta all'eccesso la natura apolide di Bugg, il cui stile cantautorale, da sempre rivolto prima all'America e poi in subordine alla patria natia, si apre definitivamente ad altri mondi. Quali che siano le sue intenzioni (ci asteniamo dall'esercizio di provare a interpretarle), l'enfant prodige della scena britannica si destreggia in uno zibaldone che all'effetto sorpresa non sa sempre contrapporre una sostanza musicale adeguata.

Come si accennava, dentro a "On My One" c'è, letteralmente, un po' di tutto, sebbene - spiega lo stesso Jake - alla radice vi sia sempre e comunque il blues. Un'impronta che si riscontra soprattutto nella polverosa ballata che dà il titolo (e il via) all'album, e nella conclusiva "Hold On You". Nel mezzo, si assiste al tentativo del cantautore inglese di toccare altri approdi, non sempre riuscendo a raggiungerli. Quasi pacchiano, e certamente raffazzonato, è l'esperimento rap di "Ain't No Rhyme". Va un po' meglio - non ci vuole poi molto - con le atmosfere glam di "Bitter Salt", anche se la sensazione di sconfinare in territori poco affini rimane immutata. In tal senso, appare più sincero (e riuscito) il funk sonico di "Gimme The Love", una canzone che potrebbe aprire scenari futuri all'artista (e che per certi versi ci saremmo aspettati più da un Miles Kane). Allo stesso modo, il capitolo soul di "Never Wanna Dance" si può dire riuscito, tanto nella interpretazione vocale quanto nel contorno lievemente orchestrato.
In quanto al lato romantico, la ballata acustica "All That" è di tutt'altro livello rispetto alla zuccherosa "Love, Hope And Misery" - comunque destinata, ne siamo certi, a diventare un classico da concerto.

A fronte di ciò è difficile, quasi impossibile, non riconoscere come il suo meglio Jake Bugg lo stia dando ancora nei territori "natali", laddove si materializzano le lezioni di un Neil Young ("The Love We're Hoping For") o del "solito" Bob Dylan ("Put Out The Fire"). Un po' a testimoniare, una volta di più, come il cantautore inglese, anche quando si spinge a migliaia di chilometri di distanza dalle sue radici musicali, alla fine sappia sempre ritrovare la strada per casa.
Che si tratti di un tentativo estemporaneo o di un tassello di una trasformazione artistica in pieno svolgimento, "On My One" è il manifesto di un artista che sta misurando i propri limiti, e che non teme di tentare, anche a costo di sbagliare. Un passaggio forse necessario, certamente non sempre lucido e in definitiva molto, troppo altalenante.

21/06/2016

Tracklist

  1. On My One
  2. Gimme The Love
  3. Love, Hope And Misery
  4. The Love We're Hoping For
  5. Put Out The Fire
  6. Never Wanna Dance
  7. Bitter Salt
  8. Ain't No Rhyme
  9. Livin' Up Country
  10. All That
  11. Hold On You


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