Wall Of Death

Loveland

2016 (Innovative Leisure) | psych-blues, pop-rock

Il termine Wall Of Death indica una forma di ballo in uso tra il pubblico dei concerti hardcore-punk e metal. Nulla a che vedere con il mix di psichedelia e rock-blues del gruppo francese, che ha preso il nome da un manifesto che campeggiava all’ingresso del bar dove i tre musicisti lavoravano prima di mettere su la loro band.

Il curriculum dei Wall Of Death offre molti spunti d’interesse: una tournée con The Black Angels, open act per i Brian Jonestown Massacre e una serie di concerti al tristemente famoso Bataclan. Aggiungiamo la presenza di Hanni El Khatib al banco di produzione e quindi inoltriamoci in “Loveland”.
Il gruppo francese offre una curiosa ibridazione tra passato e presente, mettendo insieme strumentazione vintage (Farfisa e Mellotron) e moderna: psichedelia, rock, prog e dream-pop si amalgamano sotto uno strato di riverberi ed echi che danno una leggera continuità stilistica a del materiale sonoro spesso difforme.
I Wall Of Death si definiscono post-psichedelici, allineando la loro immmagine a gruppi come i Tame Impala, ma mentre quest’ultimi si sono già spinti oltre, i francesi restano ancora imbrigliati nel passato, con l’ombra dei Pink Floyd che occulta in parte le loro ambizioni creative.

“Loveland” è un album che si fa apprezzare ma non amare, anche se il refrain di “All Mighty” e il trascinante finale da jam psych-rock della title track oltrepassano senza indugio il confine della prevedibilità stilistica. Non è un mistero che i tre francesi tengano sul comodino una copia di “Meddle” dei Pink Floyd: non si spiegherebbe altrimenti da dove fuoriesca l’avvolgente languore di “Mother Tongue” o l’ingenuità naif alla Syd Barrett di “Little Joe”. Altrove spuntano insospettabili e curiose contaminazioni hard-rock alla Blue Oyster Cult (“Chainless Man”), atmosfere lisergiche che mettono insieme le sognanti sonorità dei Cocteatu Twins e le robuste evoluzioni strumentali dei Black Angels (“Blow The Clouds”), lasciando l’ascoltatore in perenne dubbio sulla reale consistenza della band.

Spesso la scrittura non riesce a sostenere le soluzioni più innovative: una leggera stanchezza affiora tra le pieghe dei tessuti psichedelici, disturbati da polveri di doom (“Dreamland”) o da incursioni elettroniche in stile Radiohead-Orb (la conclusiva suite di “Memory Pt. 1 & Pt. 2”, che offre anche un buon assolo alla David Gilmour).
Infine, “Loveland” conferma più le potenzialità dei Wall Of Death che la loro definitiva autonomia creativa, ma resta comunque un album interessante e rimarchevole.

(22/04/2016)

  • Tracklist
  1. Loveland
  2. For A Lover
  3. Mother Tongue
  4. How Many Kinds
  5. Blow The Cloud
  6. Dreamland
  7. All Mighty
  8. Little Joe
  9. Chainless Man
  10. Memory Pt. 1 & 2




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