Arandel

Aleae

2017 (InFiné) | techno, minimalismo

Il progetto Arandel, pur ammantato dal mistero, fa parte di quegli svariati tentativi di dare dignità di musica colta alla scena techno, spesso relegata in un limbo più affine alla caciara da discoteca che a un ascolto attento e consapevole. Non è né il primo né il solo a compiere una tale impresa; basti ricordare negli ultimi anni gli album di musicisti come Kangding Ray, Paul Kalkbrenner, Trentemøller, fino ai veri compositori come Alva Noto e Mika Vainio che hanno portato - dentro il mondo techno - idee provenienti dall’avanguardia, sia essa quella della scuola di Darmstadt sia essa quella del minimalismo americano.

Francese, di lui si sa poco o nulla; per mettere la musica in primo piano ci è celato sia il suo volto - nascosto perennemente dietro una maschera - che il suo nome. Arandel, nelle sue rare dichiarazioni, ci tiene però a dire (tramite il suo sito ufficiale) di ispirarsi al critico letterario francese Roland Barthes che parla di "Morte dell'autore", idea che separa nettamente l'opera d'arte dall'artista che l'ha ideata, come se questa vivesse - dopo essere stata creata - di una vita autonoma tanto da essere ininfluente conoscere la vita e le ispirazioni del suo creatore.

Quello che ci è noto sono i suoi album, che da sempre portano il minimalismo mistico di Terry Riley dentro il mondo dell’elettronica contemporanea. Lo ha fatto fin dall’esordio di “In D” (2010), che cita il maestro californiano sin dal titolo (allusione al seminale “In C”); ha continuato a farlo con la successiva trilogia di “Solarispellis” (2014), “Umbrapellis” (2015) e “Extrapellis” (2016) con la quale si è accostato maggiormente al Terry Riley più mistico di “A Rainbow In Curved Air”; questi tre album - ricchi di momenti evocativi e cinematici - ad oggi, restano i suoi lavori più significativi.

Il nuovo "Aleae" vive di alternanze varie che vanno dal post-minimalismo alla Oren Ambarchi di "Aleae I" e "Aleae II", entrambi esempi di un minimalismo quasi accademico ma sempre di buona qualità. Inatteso è invece "Alaea III", che sa più di clamoroso tonfo, più adatto a una discoteca da spiaggia di Ibiza che a un progetto degno come Arandel.
Per salvare un album che fino ad adesso aveva detto poco, giungono i due brani finali; "Aleae IV" è la traccia più onirica con pattern eterei che si ripetono disperdendosi uno sopra l'altro. C'è Riley, ma c'è anche la musica ambient, ci sono dispersione e pathos, sospensione dalla realtà e modernità. Non da meno sono parte dei tredici minuti del finale di "Aleae V", che chiudono con flussi simil-cosmici da cinematica alla Vangelis di "Blade Runner", arricchiti da ossessivi ritmi techno; questi ultimi, in realtà, sembrano sottrarre atmosfera più che aggiungerla, riducendosi a mero riempitivo.

Se la carriera di Arandel era stata finora un crescendo - con picco nella notevole trilogia degli anni 2014-2016 - sembra che "Aleae" segni una prima battuta di arresto nella sua capacità creativa; staremo a vedere nel prossimo futuro.

(21/02/2017)

  • Tracklist
  1. Aleae I
  2. Aleae II
  3. Aleae III
  4. Aleae IV
  5. Aleae V


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