Grails

Chalice Hymnal

2017 (Temporary Residence) | post-rock, psichedelia

"Chalice Hymnal" dei Grails è un caleidoscopio sonoro che tinge di colori pastello il grigio della malinconia, sfumandola in nostalgia e incanto. La pura negatività non viene metabolizzata, né esplode con il fragore del crescendo post-rock; viene edulcorata, ammantata sotto una produzione e dei suoni sofisticati, inediti nella carriera dei Grails, al settimo album in studio. Il risultato è un'ambiguità sottesa a tutto l'ascolto, una tensione tra una certa ingenuità, quasi una purezza, e la presenza sinistra che spunta da dietro, mai interamente visibile ma sempre ben percepita. L'attitudine della musica è subito anticipata dalla copertina del disco: un fotogramma vago e decontestualizzato, l'ambientazione sembra idilliaca ma il gesto immortalato ispira inquietudine. Molti dei brani possono essere immaginati come colonna sonora dell'ipotetico film da cui la scena è presa.

Si parte con la title track ed è subito Oriente; la buona, ottima notizia è che ci si arriva senza il solito vecchio trucco delle scale minori armoniche. La fiaba così evocata non è stucchevole, ma solenne; merito anche del beat di batteria, che fa addirittura venire in mente qualche base hip-hop. In fondo, lo spirito del taglia-e-cuci, i Grails ce l'hanno. Con il suo andamento costante e ipnotico, "Chalice Hymnal" è la parata (o marcia funebre?) che apre i cancelli di questo universo sonoro. "Pelham" segue tutt'altra rotta: una base ritmica kraut dalla quale chitarre e tastiere compiono una breve incursione in territori spaziali. Finalmente "Empty Chambers" realizza quell'Eden annunciato in cui si annida la corruzione; o forse è un qualsiasi giardino in cui dell'Eden si sente la mancanza. Breve durata, suoni ovattati, voci in lontananza: un piccolo gioiello.

Tutto il contrario "New Prague", pezzo molto tradizionalista in sintonia con i Grails più lisergici, quelli di "Doomsdayer's Holiday": una jam oscura, dominata dal suono nasale della chitarra tutta fuzz e wah-wah, in perfetto stile Hawkwind. Un mezzo scivolone, perdonato visto che è più o meno l'unico del disco. "Deeper Politics" riprende nel titolo l'album precedente, "Deep Politics" del 2011, degno anticipatore di questa svolta sonora. Dunque la partenza malinconica va più nel profondo e al pianoforte si attorcigliano archi sinuosi e sinistri, a portare un'inquietudine che si realizza in pieno nell'elettronica di "Tough Guy". La successiva "Rebecca" riporta in uno stato catalettico e non si può fare altro che osservarla mentre si muove lentamente nella luce soffusa, forse c'è lei dietro la mano che si protende sul fiore. "Deep Snow II" spezza momentaneamente l'incanto e vira su toni più cupi, con l'elettronica che lascia il posto a un intreccio di chitarre acustiche ed elettriche.

"The Moth And The Flame" è di nuovo un tappeto di suoni ovattati e sfumati che prelude al pezzo più strutturato del disco, "Thorns II": un gioiello che riesce addirittura a evocare atmosfere celtic-folk con caldi passaggi di chitarra acustica che si fanno strada tra tastiere glaciali e lontanissime. "After The Funeral" non può essere definita la marcia funebre finale per via del nome, e in effetti la solennità con la quale partiva il disco è sostituita qui da una malinconia estrema: il pianoforte introduce e si tocca l'apice con il violino. Di nuovo viene evocato un Oriente non stucchevole: steppe desolate invece de "Le mille e una notte".

Forse un ennesimo album dei Grails è inutile, e per chi non li ha apprezzati per i lavori precedenti "Chalice Hymnal" non fa un passo in avanti abbastanza significativo. In realtà, è un'opera che riesce bene a evitare i difetti mostrati in passato, la prolissità su tutti. Molti brani sono poco più che sketch, brevi passaggi impressionistici. Poi rappresentano uno strano elemento con cui fare i conti nella scena di riferimento del post-rock emotivo: meglio di tutti si affiancano loro gli ottimi Red Sparowes, per l'attitudine cinematografica e da soundscaper: ma questi Grails si fanno portatori di una strana ambiguità, una malcelata disillusione che tinge la loro malinconia e la rende meno seria. Tutto questo può far venire il diabete oppure no; probabilmente il modo migliore per apprezzare "Chalice Hymnal" è decidere di godersi le sensazioni un po' dozzinali che provoca. Perché è indubbio che in questo riesca.

(09/03/2017)

  • Tracklist
  1. Chalice Hymnal
  2. Pelham
  3. Empty Chamber
  4. New Prague
  5. Deeper Politics
  6. Tough Guy
  7. Rebecca
  8. Deep Snow II
  9. The Moth And The Flame
  10. Thorns II
  11. After The Funeral
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