Imaad Wasif

Dzi

2017 (Grey Market) | psych-rock

Dovessimo limitarci a quel che recita molto laconicamente la discografia a suo nome, saremmo indotti a pensare che negli ultimi otto anni Imaad Wasif non abbia avuto una vita artistica: nessun segno tangibile dai tempi dell’apprezzato “The Voidist”, una frenata assai curiosa da parte di un autore che in poco più di due lustri aveva saputo costruirsi una carriera indipendente di tutto riguardo, dallo slowcore perturbato e in bassa fedeltà dei Lowercase sul finire dei Nineties – ad oggi la sua più fortunata avventura – al pregevole abbrivio in tre atti dell’esperienza solista, passando per il psych-folk marezzato di Alaska! e Folk Implosion (nel loro segmento conclusivo). E invece no: stando a quanto riporta Wikipedia, nel frattempo il cantautore avrebbe completato tre interi album in proprio (“The Dark Water”, “Great Eastern Sun” e il concept “Figurehead”), non pubblicati - pare - per problemi contrattuali, altrettanti in combutta con il musicista Jeff Hassay nel duo ACID (“Romance”, “Science Fiction With Acid” e “Persona”), ugualmente non pervenuti, due Ep eponimi col progetto Electric Flower (o EFG), condiviso con Josh Garza dei Secret Machines e Tom Biller (già suo compagno fra i The Kids di Karen O) e un disco in coabitazione con Stephen McBean dei Black Mountain dietro il moniker Grim Tower.

Che sia tutto vero o meno, non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo prolungato silenzio venga definitivamente rotto adesso da “Dzi”, quarta raccolta ufficiale (fuori per Grey Market) che il musicista, coadiuvato da Bobb Bruno dei For Carnation, ha registrato dal vivo con l’ausilio di un vecchio Tascam otto piste a cassetta, per restituire la primordiale energia delle canzoni senza filtri di sorta. Il titolo, il cui significato è splendore, lo ha tratto nientemeno che dal “Libro Tibetano dei Morti”, ma l’ingombrante rimando è ancora poca cosa rispetto alle etichette furbissime, e ruffiane quanto basta, che Wasif attribuisce nella nota stampa al proprio sound psiconautico, descritto come una bella sterzata rispetto all’apprezzato folk-rock-blues di “The Voidist” per spingersi a varcare la soglia di un ancora inesplorato (e non meglio definito) indo-proto-dream-metal.
Scherzi a parte, sebbene “Dzi” si configuri come il suo lavoro più intriso di misticismo, implicazioni religiose e cabalistiche, non è che lo scarto espressivo nei confronti del predecessore sia poi così marcato. La sua impronta si riconosce abbastanza agevolmente, solo esacerbata in termini di cupezza o poderose circonvoluzioni rock psichedeliche, per quanto nella follia visionaria che il Nostro si premura di inscenare forse qualcosa si sia perso a livello di processo creativo.

Che questo ritorno sia ampiamente segnato da sinistre evocazioni è più che una semplice sensazione. Se come cantante Imaad tende sempre più all’alleggerimento e alle linee esilissime dei falsetti, sul piano musicale sembra compiacersi di innescare burrasche e fortunali anche solo in un bicchier d’acqua, con la sua chitarra, ingrugnita come non mai, dedita a un’introspezione fatta di ulcere e tormenti di grana grossa. Ineludibile, oggi più che mai, il richiamo a David Eugene Edwards come suo riferimento di punta, su un trono che qualche tempo fa spettava in esclusiva a Neil Young o John Fahey.
Le tentazioni primitiviste non si sono smorzate in questo lungo iato, tutt’altro, ma oltre che per la solida impronta da moderni sciamani della canzone, il già plausibile parallelismo ha trovato nel mentre un ulteriore argomento a favore nell’insistito ricorso alle influenze astrali, quel rivolgersi al cielo per trarne ispirazione che soltanto un anno fa regalava un ideale caposaldo in “Star Treatment”, a firma Wovenhand.

Che il canadese cresciuto in California stia cambiando, ce lo conferma lui stesso nel titolo di uno degli episodi in assoluto più accessibili e in linea, peraltro, con il suo passato. Nonostante ciò, dimostra di saper essere ancora un abile incantatore, specie quando non esaspera il tratto e si esprime con maggior misura, in una ballad amabilmente elusiva come “Marie”, per esempio, che ha gioco facile a irretire. In tutti i brani, comunque, non si astiene dal dispensare qualche elefantiaca sottolineatura. Un vortice rigonfio e avvolgente, un canalone stoner, una galoppata psych robusta e nervosa al punto giusto, l’occhio di un ciclone in formato tascabile o qualche astrazione paranoide marca Swans, seppur filtrata da una sensibilità persino easy-listening (“Dream Metal”). Con “Turn Away” torna addirittura il piacere scolastico della furia disciplinata dei suoi giorni scapigliati, nelle pedaliere aggredite con buona veemenza e l’immancabile groviglio delle sei corde, sul lurido andante come da programma: una stilizzazione che si lascia accogliere con benevolenza.

Ne viene fuori un disco che rilascia suggestioni pessimiste, che al di là dei rumorosi gorghi elettrici tanfa di solitudine, disperazione e sprofondi emotivi. In questo l’involuzione appare evidente, ancorché ampiamente consapevole e persino cavalcata dall’autore. Un album per giunta assai meno radicale di quanto Wasif mirasse a venderlo, ma non per questo privo di spunti anche godibili (quelli del fascinoso finale su tutti), qualora si riesca a entrare in sintonia con il suo mood scostante e blandamente allucinato. Imaad rimane un artista intenso e piuttosto interessante, per quanto tenda oggi a prendere forse troppo sul serio la propria ambizione sul crinale estetico e tutta questa visceralità, oltre agli astrusi concettualismi di rito, rischino di ritorcerglisi contro.
Da non perdere di vista comunque, se non altro per capire se il tantissimo materiale inedito vedrà finalmente la luce, prima o poi.

(08/07/2017)

  • Tracklist
  1. Way Inside
  2. Far East
  3. Astronomy
  4. Carry The Scar
  5. Marie
  6. Turn Away
  7. Dream Metal
  8. Mirror Image
  9. The Beautician
  10. I’m Changing
  11. Underlight
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