Ropoporose

Kernel, Foreign Moons

2017 (Yotanka)
alt-rock

Il rischio più grande che si può prendere con la musica dei Ropoporose è quello di sottovalutarla. Di lasciarsi abbindolare da quell'aria naïf di cui Romain (batteria e synth) e Pauline (voce, chitarra e synth) si circondano, e che in sede live trova ulteriori e più genuini spunti. Proprio dal vivo, però, il duo di Vendȏme non può far altro che calare la maschera e mostrare sul palco le carte del suo mazzo, ricco di jolly ancora in parte da giocare. Chi ha assistito alla recente "calata" dei due in Italia può testimoniarlo: tecnica sopraffina, affiatamento iper-collaudato, capacità di intrattenere sia nei momenti di requie sia in quelli rumorosi, in un saliscendi di note e di vibrazioni che sembrano buttate lì per minare le certezze dell'improvvido pubblico. È così anche su album, come saprà chi si è addentrato nel dedalo sonoro di "Elephant Love", e a maggior ragione nel nuovo "Kernel, Foreing Moons", dodici canzoni che alzano l'asticella senza farlo notare, come a dissimulare il peso di aspettative forse più grandi di quelle inizialmente preventivate.

Seguendo le tracce ancora freschissime del lavoro precedente, il secondo album dei Ropoporose torna a proporre un'ampia gamma di suoni e riferimenti nelle imprevedibili traiettorie delle sue tracce, in un saliscendi di filastrocche oblique, tregue armate e schermaglie noise che vanno a coprire l'intero arco di quello che dovremmo chiamare alt-rock. Disposte quasi agli estremi opposti della tracklist, "Holy Birds" e "Spouknit" sono i manifesti dell'arte inquieta ma a tratti irresistibile dei francesi: la prima, sospinta dai synth, si ferma e poi riparte per tuffarsi nel muro distorto che si ferma appena prima di esplodere; la seconda sfoggia un'anima post-punk che si infrange su nuove pareti rumoriste, dando però un più libero sfogo alle pulsioni.
E che "Kernel, Foreign Moons" sia meno impomatato rispetto al predecessore lo si capisce appieno con "Guizmo", laddove la deflagrazione è completa e la voce di Pauline abbandona i lidi ovattati per accompagnare gli umori del brano con urla stridule. Viceversa, in "Faceless Man" la giovane transalpina si prodiga in toni da soprano, ma anche questo è un trucco bello e buono: giunto a metà del suo percorso, il brano si scaglia in un teso alt-rock che torna utile a ricordare, come in altri passaggi, che la prima lezione è (di nuovo, e a pari merito con i Blonde Redhead) quella dei Sonic Youth.

Lo zucchero filato di "Skeletons" introduce una seconda parte di album meno tesa, e mostra semmai qualche lontana parentela con la scena francese, a mezza strada tra Laetitia Sadier e i Nouvelle Vague. Un discorso per certi versi applicabile a "Barking In The Park", che si muove tra toni scanzonati e atmosfere oniriche, e alla filastrocca weird "Fishes Are Love" (devo confessare che, estraniandomi dal contesto, trovo parentele con i Blue Willa). Il contraltare non può che materializzarsi nella lunga ed elaborata traiettoria di "None", dominata dagli arpeggi di chitarra e dai frenetici colpi sul rullante.
Le sonorità agrodolci di "Electric" chiudono il sipario su un disco non immediato come ci si aspetterebbe, né sempre perfettamente a fuoco nelle sue continue giravolte, ma al tempo stesso vibrante e ricco di spunti. La perfetta fotografia di una band le cui grandi potenzialità sono state finora solo in parte espresse. Quantomeno su disco.

03/05/2017

Tracklist

  1. Horses
  2. Holy Birds
  3. Guizmo
  4. Moon
  5. Faceless Man
  6. Skeletons
  7. None
  8. Transition
  9. Spouknit
  10. Barking In The Park
  11. Fishes Are Love
  12. Electric


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