Thad Kopec

The Shadow And The Caster

2017 (Self-released) | chamber-folk, baroque-folk, neo-psych-folk

È un netto balzo espressivo in avanti quello che Thad Kopec, cantautore di Nashville, opera in questo suo secondo Lp, dal titolo già evocativo "The Shadow And The Caster". Pur restando fedele all'ambientazione sciamanica di una spiritualità dei grandi spazi ("Earthly Hollows"), già evidente nel respiro degli arrangiamenti dell'esordio "Heart Of Man", è sulla scrittura che Kopec fa fruttare un lavoro di ben cinque anni, donando sfumature armoniche e dinamiche che erano ancora sconosciute.
Se nell'alternanza tra il suo rambling introspettivo e vibrante e le prepotenti aperture strumentali si può scorgere l'influenza del Drake più esoterico e del folk inglese in generale ("Borges", la new age nordica di "Yggdrasil"), "The Shadow And The Caster" presenta compiutamente un sound, anzi una musica che sembra distillare una proposta forte, quella di Thad Kopec insomma.

Sempre in bilico tra un'espressività barocca ("In The Days Of The Comet") e un più sottomesso approccio cameristico all'Americana, Kopec si rende vero e proprio deus ex machina delle sue canzoni, destabilizzando l'ascoltatore con la coda elettr(on)ica di "I Beg", solo parzialmente debitrice del folk-rock psichedelico e ansiogeno dei Junip. Più che riferimenti, sono maschere quelle indossate da Thad, ora del sinfonismo da cameretta di Sufjan Stevens ("Second Best"), ora dell'epica naturalistica e Sturm und drang di Lewis & Clarke ("Earthly Hollows"), variando registro senza soluzione di continuità.
È proprio questa padronanza a irretire l'ascoltatore e a rendere "The Shadow And The Caster" quell'esperienza quasi passiva delle opere che vanno apprezzate senza pre-costrutti mentali: è sufficiente percepire come la nuova psichedelia "Half Moon/Distant Shore" si amplifichi naturalmente in un wall of sound "d'altri tempi".

Se il fascino del disco è innegabile su quasi tutti i piani, è forse la personalità melodica (e quindi di tutto il resto, in ultima analisi) il suo difetto più grande, con più di qualche hook che risuona con brani già editi (quello di "Death Forgets Me" è lo stesso di un pezzo dei Loch Lomond), ma soprattutto quasi nessun brano che si fa riconoscere all'istante come "di Thad Kopec". In fondo, però, non è una cosa che vale moltissimo.

(19/05/2017)

  • Tracklist
  1. In The Days Of The Comet
  2. Half Moon / Distant Shore
  3. Second Best
  4. Cedars Of Lebanon
  5. Death Forgets Me
  6. Cavern Creek Rhythm
  7. Borges
  8. Interlude
  9. I Beg
  10. Final Task
  11. Yggdrasil
  12. Earthly Hollows
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