The World Is A Beautiful Place...

Always Foreign

2017 (Epitaph) | punk-rock, emo

Oh, crescere è un casino. Penso che tutti, nessuno escluso, debbano prima o dopo far fronte a una crisi, una perdita familiare o affettiva, un'oscillazione anomala della propria bussola interiore. Se poi come regola si tende a vivere nel passato, ripercorrendo e rielaborando innumerevoli volte le stesse esperienze, allora crescere diventa una scalata fuor di proporzione.
Dev'esserci, per quanto lieve, una certa qual forma di autolesionismo nella fiduciosa attesa per il nuovo album di una band nostalgica come (respiro) The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die: un drappello di amici e coetanei che fanno a pugni con le prospettive future mentre ancora cercano di superare a fatica i primi traumi del coming-of-age.

Otto anni d'attività contando demo e Ep, quattro anni "percepiti" dal full-length "Whenever, If Ever" in poi, ma la band del Connecticut rimane l'emblema di un'avventura musicale eternamente all'esordio, virtualmente ferma nell'ipotetico scantinato dove tutto ebbe inizio. "Always Foreign": sentirsi stranieri sempre e dappertutto, non davvero pronti per affrontare quel bellissimo mondo là fuori. Così ogni loro disco ci rispedisce al "Via" toccando corde che, con l'andare del tempo, si fanno se possibile ancora più dolenti.
Mike called once a week
And then he called once a month
He called once every few years
Which turned into never at all
[...]
But real, true, and private loss
Is so hard to express
I miss going with Stephen
To bars that serve chicken
Working with Caleb
Getting drunk on the clock
And to all the junkies:
Can you remember me anymore?
Can you remember me at all?
Mi è parso da subito emblematico, su tutti, il lento nostalgico di "For Robin": lutto e senso di giovinezza perduta abitano il cuore semi-acustico della tracklist, già pervasa di inedite inquietudini e acredini verso l'attualità politica, economica e sociale: "Faker" va all'attacco dell'ideologia capitalista, rivolgendosi a un ipotetico businessman votato al culto del denaro (Will you be faking it when we're tied to the tracks/ Denying that there's rope around our wrists? [...] If there is a hell/ You've done what you need to do/ If there is a hell/ It's ready and waiting for you); tema che nella successiva "Gram" si ricollega all'impero delle aziende farmaceutiche, che lucrano sui problemi di salute di una popolazione senza garanzie d'assistenza sanitaria (I'm sorry for being sorry/ That cause of anxiety/ It's wasted all night/ This should never have been a crime).

La vetta drammatica e da ultimo epica è però quella del singolo esteso "Marine Tigers", il cui titolo è ripreso da un romanzo scritto dal padre del vocalist David F. Bello, di origini portoricane: è a tutti gli effetti un manifesto in opposizione alle dichiarazioni xenofobe del presidente neo-eletto Donald Trump (Can you still call it a country/ If all the states are broken? Can you still call it a business/ If all you do is steal?), ma anche l'amara presa di coscienza riguardo a un'emarginazione che non ha mai conosciuto fine, cioè quella ai danni degli immigrati - di qui, nel vero senso, "Always Foreign".

Tra le file di un corposo ricambio e ampliamento di line-up affiorano rinnovate infatuazioni per i Blink-182, dal solare pop-punk di "The Future" alla sopracitata ballata crepuscolare "Gram" - qualcuno si ricorda del side-project Box Car Racer? - e a fianco dei sintetizzatori vintage d'ordinanza ("Dillon And Her Son") si stagliano ottoni bandistici alla Neutral Milk Hotel (tuba, tromba e trombone) e cori misti sullo sfondo, come una modesta platea che spontaneamente arricchisce le canzoni con parole di conforto.

A distanza di alcuni ascolti, quello che poteva ragionevolmente apparire come il primo disco minore del collettivo rampante riesce dopotutto a sorprendere, sia per la maturità della scrittura che per la determinazione nel mettere in discussione una volta di più i canoni espressivi del revival emo cui viene ancora associato. E nonostante i toni quantomai sommessi, prima di affondare il coltello nella piaga di un'America/mondo tragicamente alla deriva, i TWIABP non mancano di illuminarci con un commovente prologo che sembra invalidare ogni fosca prospettiva futura.
When everything looks bad
It's just a time to start
I'll make everything look like it's happy
I'll make everything look like it's rad
I'll make everything
A story of love.

(02/10/2017)

  • Tracklist
  1. I'll Make Everything
  2. The Future
  3. Hilltopper
  4. Faker
  5. Gram
  6. Dillon And Her Son
  7. Blank #12
  8. For Robin
  9. Marine Tigers
  10. Fuzz Minor
  11. Infinite Steve




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