Già formiche operaie del post-rock italico fino ad “Alone In An Empty Bed” (2011), i cosentini Camera 237 si ripresentano con il singolo epico “My Disorder” (2015), cantato, elettronico e sincopato. E’ insieme preludio e antipasto al loro lascito più introspettivo e psicologico di sempre, “The Lie And The Escape”: qui i quattro si servono come non mai della voce ma non tralasciando la loro primale attitudine all’improvvisazione, anzi incorporandola nell’orchestrazione proprio per drammatizzare l’impianto.
Buoni esempi sono proprio i brani più simili a “My Disorder”: la quasi-samba di “Let Me In Your Heart” e l’ultima lamentazione, “I Need To Get Back”, a schiantarsi contro un muro di distorsione, ma il migliore è il ritornello sospeso e fratturato di “Walk Alone”. Il canto effemminato è una lama a doppio taglio, tanto castrato chiesastico con tanto d’effetti polivocali in una cascata noise-pop guidata dal basso nervoso (“You”), quanto post-emo sovrastato da ricami di chitarra e tastiera distorta (“I Will Know”) che diventa finanche stucchevole, pur riverberato in progressioni forti d’una certa possanza (“This Time”).
Raro caso di regressione alla forma pop, da parte di un ensemble a suo tempo sperimentale, che non corrisponde a svendite o al classico inaridimento della vena ma a una piccola, eppur vera, rinascita artistica, perché dà luogo a canzoni libere come monologhi interiori, invocanti talvolta. Non un refrain ripetuto due volte. Alla lieve sovrapproduzione di suono, un Andrea Suriani che non lascia granché traspirare la purezza istintiva del disco (registrato di getto in una villa della Sila), ma che nondimeno raddrizza la spina dorsale del combo, contraccambia comunque una giusta asciuttezza di minutaggio: a volte stucca, ma non stanca.
10/05/2018