Danny Wilkerson

Wilkerson

2018 (Spyderpop) | pop

Se la macchina del tempo fosse una realtà, credo che la maggior parte di noi farebbe volentieri una capatina negli anni 60 e 70, per provare anche solo per un attimo quella sferzata di energia che ha attraversato quell’epoca. A volte, però, per poter compiere questo viaggio virtuale nel passato non resta che affidarci alla musica, esperienza resa facile dal continuo flusso di artisti dalle sonorità apertamente vintage e retrò.
L’esordio di Danny Wilkerson è l’ennesimo tentativo di restauro di un trascorso artistico che ha segnato in maniera indelebile la cultura moderna, l’unica differenza è che il musicista texano non è affatto un novellino, avendo militato nei Pengwins, band attiva dal 1978, capitanata da Lannie Flowers, che sta vivendo una seconda giovinezza.

“Wilkerson” è un album che trasuda amore e ammirazione per Paul McCartney, ma anche per quella generazione di musicisti che non ha mai avuto timore di esibire la personale ammirazione per l’ex-Beatle. Roger Joseph Manning Jr. (Jellyfish), Joe Seiders (The New Pornographers), Jesse McGinty (che ha collaborato tra gli altri con Pharrell Williams) e Pat Buchanan (Hall & Oates, Don Henley etc.) sono i complici di questo accattivante album di puro pop beatlesiano, rivisitato secondo canoni easy listening vicini a quelle canzoni d’autore che negli anni 70 e 80 hanno spopolato nelle classifiche americane e inglesi.
Wilkerson segue il tracciato di band come Badfinger o Elo, senza dimenticare la tradizione della musica pop americana di Burt Bacharach e dei Carpenters. Sono ben poche le concessioni al rock o alle riletture anni 80 e 90, anche se la mini-suite di “Everybody Loves To Love” ricorda i Tears For Fears di “Sowing The Seeds Of Love”, e il brioso beat-swing con tanto di Farfisa e fiati di “Enough For Somebody” sembra uscire dall’esordio degli Haircut One Hundred.

E’ dunque evidente che la scelta di Wilkerson sia quella di preferire l’estetica leggera e spensierata del power-pop a quella più elaborata dell’indie-pop: una predilezione condivisa con William James (Bleu) co-autore e produttore dell’album.
A una scrittura calibrata e ricca di piacevoli citazioni, corrisponde un’estrema cura del suono, grazie anche alla mano esperta di Miles Showell (già alla corte di Stones, Who, Beatles, Queen, Police), che ha masterizzato l’album nei prestigiosi studi di Abbey Road, utilizzando per creare le lacche lo stesso tornio usato per la ristampa remastered di “Sgt. Pepper's Lonely Heart's Club Band".

L’effetto deja-vu è dunque garantito, ed è altamente creativo e stimolante, a partire dagli archi alla “Eleanor Rigby” che sottolineano “Endless Haze”, per poi passare al pop mainstream di “Too Much Of A Good Thing” che cita Supertramp, 10cc, E.L.O. e Andrew Gold, o all’esplicito richiamo di “Rain” nella psichedelica “How She Lost My Heart”, per finire nelle maglie del sound più americano alla Tom Petty-George Harrison di “Let It Go Tonight”.
Nessuna delle influenze succitate sminuisce il lavoro di Wilkerson e Bleu. Ogni brano è un delizioso concentrato delle migliori armonie e soluzioni d’arrangiamento lasciate in eredità dai Fab Four, c’è un pizzico di baroque-pop in “You Still Owe Me A Kiss”, un’imprevista eccentricità nella romantica “When Your Number Is Up”, una gradevole melanconia di “Carry The One” e una profondità poetica fortemente emotiva in “Comes In Waves”.

Per alcuni versi Danny Wilkerson compie un’opera di riesumazione sonora simile a quella cinematografica di “Jurassic World”. Il risultato è un album godibile, eccitante, arguto e ricco di eccellenti spunti melodici, estremamente curato e sapientemente equilibrato, un disco che ogni amante del pop beatlesiano non può assolutamente ignorare.

(23/10/2018)

  • Tracklist
  1. Everybody Loves To Love
  2. Enough For Somebody
  3. Endless Haze
  4. You Still Owe Me A Kiss
  5. When Your Number's Up
  6. Too Much Of A Good Thing
  7. How She Lost My Heart
  8. Carry The One
  9. Let It Go Tonight
  10. Comes In Waves 
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