Metric

Art Of Doubt

2018 (MMI/Crystal Math Music) | indie-rock, synth-pop

Nel 2003, anno di pubblicazione di “Old World Underground, Where Are You Now?”, i canadesi Metric offrirono all’attenzione della stampa e della scena indie globale un’interessante miscela di chitarre e sintetizzatori, che lavorando all’unisono disegnavano scintillanti e vivaci scenari di pop futuristico. Il disco fu un discreto successo e fece della band di Emily Haines e James Shaw un’intrigante promessa. Che oggi, dopo quindici anni e sette – con questo “Art Of Doubt” - dischi, possiamo definitivamente archiviare come non mantenuta, eccezion fatta per qualche sprazzo qua e là, su tutti il gran bel “Fantasies” del 2009. E pensare che quando i Metric, con l’ausilio dello scafato Howard Shore, intorbidirono il proprio suono per la colonna sonora dell’algido “Cosmopolis” di David Cronenberg, lasciarono immaginare una profondità inedita, ma – ahinoi - mai più sondata.

L’inizio di “Art Of Doubt” è anche interessante: la voce della Haines è sempre un bel sentire, specie quando rimane contratta e scattante, e la produzione è sfavillante e precisa. Quando i pezzi si mantengono su un coefficiente di cattiveria abbastanza elevato, l’attenzione rimane alta. “Dark Saturday”, animata da un sintetizzatore fibrillante e dalla ritmica squadrata del batterista Joules Scott-Key, sfodera finanche un discreto ritornello da stadio; lo stesso vale per “Die Happy”, che parte come un synth-pop alla Blondie e finisce con una chitarra cibernetica che serpeggia pesante come la coda di Godzilla. Ma questo è purtroppo quasi tutto. Non fosse per la schitarrata supersonica dell’arrembante “Dressed To Suppress”, piazzata – viene da dire provvidenzialmente - a metà scaletta per svegliare chi nel frattempo si era addormentato, il resto del disco è semplicemente noioso: pura mediocrità elettropop anni Zero. La parte finale del disco poi, aperta dall’insostenibile “Seven Rules” – praticamente una fattoria del latte alle ginocchia - e chiusa un pelino meglio da “No Lights On The Horizon”, è un insopportabile coacervo di lunghe ballad da prom di periferia.

Non aiuta la titanica lunghezza di cinquantotto minuti, una roba giustificabile soltanto in presenza di grande ispirazione – e non è questo il caso, ma magari alla MMI/Crystal Math Music non se ne è accorto nessuno. Duole constatarlo, ma la china imboccata dalla band nel 2015, con il già scialbo “Pagans In Vegas” del 2015, raggiunge oggi nuove, preoccupanti profondità.

(01/10/2018)

  • Tracklist
  1. Dark Saturday
  2. Love You Back
  3. Die Happy
  4. Now or Never Now
  5. Art of Doubt
  6. Underline the Black
  7. Dressed to Suppress
  8. Risk
  9. Seven Rules
  10. Holding Out
  11. Anticipate
  12. No Lights on the Horizon


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