3776

Saijiki

2019 (Natural Make) | art-pop, glitch-pop, j-pop

È da parecchio tempo, come già detto in precedenza, che l'idol-system giapponese, specialmente se declinato al femminile, sta registrando un'intensa fase di messa in discussione e ridefinizione, perché no, anche di ricapitalizzazione, per un settore che a livello mainstream ha raggiunto un'autentica saturazione. Più o meno famosi e validi, gruppi quali Babymetal, Necronomidol, You'll Melt More!! e consimili hanno reimpostato le coordinate dell'intero filone, rivelandone tutto il potenziale inespresso, il tocco sarcastico e il ribaltamento delle convenzioni, ben lontano dall'approccio pruriginoso delle girl-band di punta. In un certo senso, il progetto 3776 è l'estremizzazione di questo processo, un gruppo dall'ideazione laboriosa e dal forte senso concettuale, sorto nella zona circostante il Monte Fuji e ad esso totalmente dedicato, tanto da denominarsi con l'altezza in metri del vulcano.

Con la sola Chiyono Ide rimasta a tenere salde le redini del progetto, e il fondatore Akira Ishida a coordinare da dietro le quinte la produzione e gli arrangiamenti, questa bizzarra one-girl-band affronta il suo bizzarro concept attraverso molteplici prospettive. Con un approccio che parte dai costrutti ultra-melodici del j-pop e li disgrega in un marasma smisurato, “Saijiki” trae spunto dai più disparati generi e li organizza secondo logiche nascoste e imprendibili, nel rispetto della grandiosa architettura di base.
Per quanto sviluppato attorno a un'impalcatura affascinante, giocato su ripetizioni espressive che potrebbero costituire un trademark (i minutaggi dei brani, di sei minuti o sei minuti e dodici secondi; il bordone vocale che elenca senza sosta i dodici animali dell'oroscopo cinese) e su una versatilità canora capace di traslarsi con facilità nel canto folk, nel blues e nel melisma pop, il progetto frana sotto il suo stesso peso, incapace di dare risalto a uno qualsiasi dei suoi punti forti.

È così che il leit-motiv vocale di supporto, più che costituire il motivo trainante su cui si imperniano i vari brani (alla maniera del “fil” che sostiene il capolavoro omonimo di Camille), diventa una fastidiosa cantilena che spezza il flusso delle progressioni e delle melodie, mai così dominanti da riuscire a imporsi sul circondario. Sono ambientazioni convulse, dal baricentro costantemente mutevole, in cui si fa convivere (alquanto forzatamente) spunti tradizionali e arie di Beethoven, diffrazioni glitch e beat electro, che vorrebbero susseguirsi con un tono progressivo e invece rendono l'ascolto confuso, un pullulare di spunti che non vanno a parare da alcuna parte, sedotti e abbandonati nell'arco di secondi. E così anche le interpretazioni fluttuano insicure, indecise se seguire la sequenza dei congestionati tracciati sonori oppure fornirne una lettura più personale, tale da unificare la molteplicità di spunti che si agita al di sotto.
Non che l'immediatezza debba essere per forza una prerogativa, ma a faticare è qui l'emersione di un'idea melodica vincente, di una comunicazione che vada oltre la bizzarria della presentazione e del concetto, che sappia traslarsi in momenti di vera esaltazione art-pop.

C'è troppo bisogno, insomma, di una maggiore focalizzazione, perché oltre all'eventuale fascinazione iniziale l'ascolto si traduca in un'esperienza ben più solida e compatta. Perché insomma Chiyono Ide diventi la nuova Ringo Shiina e il progetto 3776 (da leggersi come “Minanaro”) una nuova forza del j-pop serve tanto, ma tanto lavoro in più.

(28/10/2019)

  • Tracklist
  1. Mutsuki ichi hyōshi e chō
  2. Kisaragi ni hyōshi ei e chō
  3. Yayoi san hyōshi to chō
  4. Uzuki yon hyōshi ei to chō
  5. Satsuki go hyōshi i chō
  6. Minazuki roku hyōshi ei i chō
  7. Fuzuki nana  hyōshi ro chō
  8. Hazuki hachi hyōshi ha chō
  9. Nagatsuki kyuu hyōshi ei ha chō
  10. Kaminazuki juu hyōshi ni chō
  11. Shimotsuki juuichi hyōshi ei ni chō
  12. Shiwasu juuni hyōshi ho chō
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