Emel Mathlouthi

Everywhere We Looked Was Burning

2019 (Partisan) | art-electrowriter

Non è più il tempo di fermarsi ai confini del proprio paese, e non è neanche il caso di soffermarsi troppo ad analizzare le pieghe più nascoste dell'io. Ovunque si sia posato lo sguardo, un incendio avvampava, divorando ogni cosa al suo passaggio: Emel Mathlouthi non avrebbe potuto segnalare in maniera più netta il cambio di prospettiva avvenuto col terzo album, il passaggio da una dimensione più intima a un'analisi globale e onnicomprensiva, che tenga conto dell'attuale situazione del nostro pianeta. Il focus diventa l'attuale emergenza climatica, con tutte le sue conseguenze passate, presenti e future, l'obiettivo contribuire, pur nel proprio piccolo, a smuovere le coscienze, a farsi tramite di quelle fiamme che potrebbero compromettere la nostra permanenza sul pianeta.

Con pregnanza poetica, senza esagerazioni allarmiste, in “Everywhere We Looked Was Burning” l'autrice tunisina firma il suo progetto più universale e allo stesso tempo più criptico, abbandonando le ricche elaborazioni electro-raï del precedente lavoro per un opprimente e cupo minimalismo techno/industriale, tale da spostare l'attenzione sul canto e sui testi, scritti e interpretati quasi integralmente in lingua inglese. È un cambio espressivo spiazzante, che evidenzia però un desiderio di comunicazione tale da abbattere barriere e steccati, raggiungere il più ampio pubblico possibile. Anche a perdere di caratterizzazione, il nuovo progetto trasmette con maggiore enfasi il potere lirico di Mathlouthi, ne circoscrive con grande efficacia il fervore suggestivo, simbolico e concreto allo stesso tempo, che sa come approfondire il tema ambientale approcciandolo attraverso una prospettiva obliqua, scevra di stereotipi. E se l'utilizzo del tempo passato nel titolo di album e title track sta a indicare qualcosa, è che oltre la rabbia e il dolore si annida pure la speranza.

In un album dalla così ampia valenza testuale, è chiaro che la voce e il suo trasporto comunicativo si prendano una grossa fetta della torta; non che al comparto sonoro restino le briciole, tuttavia rispetto all'impressionante abbraccio musicale delle precedenti prove qui il tono si fa più duro, distaccato, si tiene spesso in disparte, un gorgoglio che rimbomba e incute timore, ponendosi quasi in antitesi rispetto al canto dell'interprete. Quasi lo specchio di una natura sofferente, provata da cataclismi e mutazioni troppo rapide, il taglio del sound si fa ispido, torvo, a tratti addirittura raggelante (i clangori post-industriali sottesi a “Womb”), un complemento ai radi contributi di pianoforte, archi e arpa, piccole risacche di fiducia in un mare minaccioso, preda di oscuri rumorismi e improvvise ascese di colore.
Dalla cornice ambient-noise, in fascia Tim Hecker, che inquadra la seconda metà di “Footsteps”, alla catarsi aggressiva che chiude il passo technoide di “Merrouh”, l'ambiente segue passo passo la narrazione di Mathlouthi, ora più sospesa e sconfortata (l'alveo acquatico di “Does Anybody Sleep”, sussurrata quasi come una penosa ninna-nanna), ora decisamente più innodica, quasi si apprestasse a recitare un monologo tragico (vedasi il tono quasi sacrale con cui si muove nella stessa “Footsteps”).

Se voce e contesto rendono indubbiamente il disco meritevole di ascolto, tuttavia la scrittura non trova la magica quadratura che aveva graziato un “Ensen”, arenandosi spesso dietro gli assi portanti di un lavoro troppo perso dietro al messaggio per riuscire a curare ogni aspetto. Non mancano i momenti di vera intensità espressiva (a “Wakers Of The Wind” potrebbe bastare anche la sola linea di basso introduttiva per irretire col suo incastro melodico), troppo di frequente però è la sola forza della voce a trascinare brani carenti di slancio, ora rivisitazioni in minore di codici del passato (la ballad metallica “Ana Wayek”), ora invece tratteggi atmosferici troppo sfilacciati per dare forza alla penna (“This Place”).
Battuta d'arresto? La si può pure definire come tale, al netto del grande slancio concettuale e di interpretazioni sempre più invidiabili; è indubbio però che il talento dell'autrice tunisina saprà fornire nuovi brividi, rendersi un'altra volta ambasciatrice appassionata dei propri annunci.

(18/10/2019)

  • Tracklist
  1. Rescuer
  2. Footsteps
  3. Womb
  4. Wakers Of The Wind
  5. Merrouh
  6. This Place
  7. A Quiet Home
  8. Ana Wayek
  9. Does Anybody Sleep
  10. Everywhere We Looked Was Burning




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