Fanoya

Generazione sushi

2019 (Ventidieci) | it-pop

La storia dei Fanoya inizia molto prima dell’uscita del loro debut-album “Generazione sushi”, e ha come protagonista un registratore Grundig e delle vecchie cassette di un corso di tedesco, sulle quali Giacinto Brienza e Leone Tiso registrano le prime demo in inglese. Da quel momento la musica diventa sempre più importante nelle loro vite, finché decidono di trasformare pensieri, emozioni ed esperienze personali in canzoni: 9 brani che raccontano di modernità, sogni irrealizzabili, storie d’amore (in)finite, e quotidianità, attraverso ritmi distesi e rilassati e sonorità pop che rimangono in testa.

Il primo singolo è “Ricordi gli accordi”, fotografia di una generazione tutta sushi e aperitivo, che lavora in ufficio ma ha sempre il pensiero di scappare altrove, che sceglie di vivere attraverso convenzioni che poi diventano prigioni. Quelle persone che, a conti fatti, preferiscono apparire piuttosto che essere, nascondersi nelle bugie e negli amori intensi ma fugaci: “C’è gente che non ha mai avuto un presente”. Il brano, scritto di getto in un bar di periferia, nasce da un perfetto mix di flussi di pensiero e Negroni bevuti nell’attesa di una persona, a cui fanno da colonna sonora batterie e synth freschi d’estate.

Il secondo singolo, “Torno giovedì”, vede un brusco cambio di registro: malinconia sonora e nostalgia testuale si fondono per dare vita al dramma dell’amore finito che torna a tormentare, attraverso il ricordo dei bei momenti passati insieme. Il mondo continua a essere a colori fuori, ma dentro è improvvisamente diventato in bianco e nero. L’intro, con la sua chitarra solitaria e malinconica, è un crescendo che prende lo stomaco sempre più, come l’amore quando scoppia, come un fiore che sboccia in primavera e finisce per gelare in inverno, con la fine della canzone che lo racconta.

Con il terzo e ultimo singolo estratto, “Ti ho trovata su Tinder”, si torna alla modernità frivola: le app di incontri, i luoghi comuni, “Se io fumo poi mi faccio del male, non mangiarlo che lo apriamo a Natale, non toccarlo che mi fa ancora male”. I tentativi di non risultare mai banale agli occhi degli altri, cadendo a volte nell’inadeguato (“A quarant’anni vesti da liceale”), le imposizioni della società che accettiamo con crescente rassegnazione. Un pop senza troppi pensieri.

I Fanoya utilizzano sapientemente strumenti e parole: “Perché te ne vai” parte lenta con un piano malinconico che sembra voler dire “mi manchi”, e uno storytelling tanto delicato quanto tagliente. “Io suono il piano e non so fare altro che cantare e abbaiare, tu non fai che rincorrere una carriera da inventare e da sbagliare”, l’inconciliabilità di una coppia in cui a una lei sicura, che fin da bambina misura ogni cosa e sogna di essere sposa, si contrappone un musicista romantico e scapestrato. E infatti, nella logica strumentale della canzone, lui è il piano, rassegnato e malinconico, lei è il violino, dolce ma decisa ad andarsene. “Noi che facciamo l’amore come se fosse un favore, solo per farci un favore”.

Punto forte della band sono le ballad: “Departures” e “Congegno”, suonate con pianoforte e cuore in mano, hanno il potere di condurre l’ascoltatore in un altrove lontano, tra pensieri che si rincorrono e tastiere che sono come coltellate. “Ricordo il giorno in cui vidi la tua schiena nuda, l’ho baciata. Ci vidi aerei fermi al semaforo e automobili in volo”: l’amore che mette la realtà sottosopra e la confonde con la fantasia.
A “Tutto accade” il compito di chiudere il disco. Il pezzo parte con un crescendo di synth, che sembrano simboleggiare una sorta di risveglio: “Quando ci sei tu il mio mondo è a colori, resta un minuto di più, raccoglieremo dei fiori”. Finalmente un amore al suo culmine, quando esistono solo la voglia e il bisogno di stare insieme. Ma l’illusione dura poco: “Non ci sei più tu, che mi guardi, mi sorridi e mi cerchi, questa città non è una spiaggia, questo naviglio non è il mare, l’estate non c’è più, si è fatta ora di andare”. La contrapposizione tra la grigia Milano e la spiaggia pugliese, tra il caldo amore estivo e il freddo abbandono invernale, la necessità di andarsene lontano, ma senza rimpianti, con il cuore leggero. La tipica cotta da “un’estate fa non c’eri che tu”.

“Generazione sushi” è una fotografia della società contemporanea, tra aperitivi, social, precarietà lavorative, app di incontri e amori finiti, in cui si cerca di non far prevalere l’amarezza sulla speranza e sui bei ricordi dei momenti felici. C’è rassegnazione, nei pezzi più nostalgici, ma si trovano anche tanta ironia e spensieratezza, nella critica degli usi e costumi, delle abitudini, senza però prendersi troppo sul serio. I Fanoya usano gli strumenti con una piacevole spontaneità e il loro mondo è fatto di ritmi pop e colori sgargianti, in cui viene inserita, qua e là, una nota nera che lascia l’amaro in bocca e provoca un mezzo sospiro. In sostanza, si sente forte quella malinconia nella quale a volte ci piace sprofondare, che ci fa stare un po’ male ma anche tanto bene.

(24/07/2019)

  • Tracklist
  1. Ricordi gli accordi
  2. Ti ho trovata su Tinder
  3. Torno giovedì
  4. Perché te ne vai
  5. Multinazionale della felicità
  6. L'aperitivo
  7. Congegno
  8. Departures
  9. Tutto accade


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