Jakuzi

Hata Payi

2019 (City Slang) | synth-wave

Quando nel 2016, dalla lontana Turchia, il disco di debutto degli Jakuzi dal titolo "Fantezi Muzik" si manifestò al pubblico su musicassetta (Domuz Record) la stessa band era consapevole che un lavoro così underground, imperniato su retrogusti anni 80, potesse destare, al massimo, l'interesse di un minuscolo nugolo di affezionati e coraggiosi cultori.
Si tratta proprio di un fenomeno nato e sviluppato in quelle zone dove, ancora oggi, non risulta semplice puntare al successo proponendo composizioni slegate dai classici e tradizionali schemi nazionalistici. È altresì vero che negli ultimi anni sono emersi numerosi artisti provenienti dalle zone dello Stretto del Bosforo, riusciti a imporsi anche dalle nostre parti. Gli echi danzerecci di Sezen Aksu e di Tarkan, lo space-psych di Gaye Su Akyol e Baba ZuLa o le accattivanti reminescenze vintage di Umut Adan e dei fantastici Altin Gün sono tra gli esempi più evidenti e più riusciti. Si tratta però di situazioni completamente diverse dalla tetra e introversa realtà degli Jakuzi.

Pur non toccando tematiche sfocianti nel dissenso politico ma restando su territori meno rischiosi, seppur non particolarmente assimilabili, gli Jakuzi non hanno desistito e il loro progetto artistico ha ricevuto riscontri inaspettati, ben oltre la più rosea delle previsioni. Il loro stampo è puro "eighties", nella veste più tenebrosa, ma che lascia spazio a una facile fruibilità e gradevolezza. Sono evidenti i riferimenti, simpaticamente casalinghi, al periodo imberbe dei Depeche Mode, alle fasi pop dei primissimi Talk Talk o ancora di alcune emozioni scaturite dai lavori d'esordio di Human League e Ultravox. Come non menzionare però le chiare attinenze alla nuova ondata new wave post-2000: echi di White Lies, Editors e Interpol sono presenti in massicce dosi.
Il disco di esordio, con trasparenze d'impalpabile wave di stampo indiscutibilmente pop, destò il vivo interesse della celebre etichetta berlinese City Slang, la quale pubblicò una rapida ristampa (con aggiunta di nuovi brani), producendo recentemente l'ideale seguito intitolato "Hata Payi", distribuito finalmente anche oltre i confini nazionali.

Nel nuovo disco, i temerari Jakuzi hanno scelto di ampliare le scevre e scheletriche impronte iniziali per virare verso una direzione aspra e oscura, ma più folgorante e consistente. In alcune interviste rilasciate, il vocalist e autore dei testi della band, Kutay Soyocak, ha dichiarato che "Hata Payi" - doverosa traduzione dal turco in "Una parte dell'errore" - si concentra sul significato molto autobiografico, psicologico e riflessivo dell'essere un giovane che cresce in una città difficile come Istanbul, dove non esiste supporto al lavoro e dove sono complesse sia la gestione delle relazioni personali sia la cura del benessere collettivo.
Soyocak è accompagnato dal fondamentale contributo del polistrumentista Taner Yucel, cui si deve l'ispirazione delle sonorità, la scrittura delle musiche e le parti di chitarra, basso, sintetizzatori e percussioni oltre che arrangiamento, produzione e missaggio. Al duo si aggiunge il batterista Can Kalyoncu.

L'album ha la capacità non trascurabile di farsi ascoltare con interesse pur non essendo, a onor del vero, un prodotto che possa aggiungere qualcosa di nuovo all'affollato e variegato mondo della new wave, sia nella sua accezione storica che in quella più recente. I brani sono basati su armonie e ritornelli ficcanti che portano l'ascoltatore - addirittura in maldestri tentativi in lingua originale - a canticchiarle nelle parti che più si fissano nella mente, e non sono poche.
La lingua turca potrebbe rappresentare un ostacolo per chi è abituato ad ascoltare musica, mediamente, in due o tre lingue al massimo, ma il tutto fila molto naturale e strutturato. I contenuti sembrano indicare ciò che ti aspetteresti dagli Jakuzi: contemplazioni pensierose sull'amore, sulle relazioni umane in genere e quelle peculiari della complicata società turca.

Il disco è ricco di episodi di rilievo. "Sana Gore Bir Sey Yok" - da tradurre come "Niente per te" - è un'oscura e orecchiabile traccia che catapulta direttamente nel 1981 e dintorni, con un riff tra basso-chitarra e tastiere davvero indovinato. Uno dei pezzi migliori insieme al tributo sfoderato agli Editors in "Toz" ("Polvere"), trascinante e pirotecnico, che riporta in un lampo al repertorio dei primi due album della band capitanata da Tom Smith. Più elettronico si presenta il singolo "Suphe" ("Sette"), che ricorda, perché no, i Litfiba più elettronici degli esordi o i francesi e sottovalutati Indochine.
"Yangin" ("Fuoco"), che fa un po' il verso ai Talk Talk e si colloca sapientemente tra i singoli trainanti, o la strumentale "Hala Berbat" ("Fa ancora schifo") proseguono nell'intrigante sequenza. "Istemezdim" ("Non volevo") cambia leggermente atteggiamento, attraversando in un unico accordo strofa e refrain, discostandosi dallo scenario marcatamente wave degli altri brani ed entrando nei territori del pop più romantico. Tastiere e sintetizzatori in evidenza assoluta in "Bir Sey Olur" ("Qualcosa accade"), altro momento degno di nota. Il disco si chiude con l'ipnotica e corpulenta "Ne Teselli Ne Avuntu" ("Né consolazione né conforto"), dove la cupa e profonda voce di Soyocak si aggira tra percussioni ossessive , basso e tastiere dai toni robusti.

Gli Jakuzi sono una piacevole scoperta, per la non comune capacità di creare melodie darkwave abbastanza semplici ma equilibrate e perfettamente a fuoco.
Restando all'interno del genere a loro più congeniale, chissà cosa accadrebbe con testi composti in lingua inglese e una produzione aperta a scelte musicalmente più coraggiose. La stoffa, in ogni caso, c'è.

(22/05/2020)

  • Tracklist
  1. Sana Göre Bir Şey Yok
  2. Şüphe
  3. Yangın
  4. Gördüğüm Rüya
  5. Kalbim Köprü Gibi
  6. Hâlâ Berbat
  7. Kendine Rağmen
  8. İstemezdim
  9. Toz
  10. Bir Şey Olur
  11. Ne Teselli Ne Avuntu
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