Luke Temple

Both-And

2019 (Native Cat) | pop, songwriter

Strano personaggio, Luke Temple, pronto a smantellare la fortunata fabbrica di alt-pop Here We Go Magic per trasformarsi in un funambolico cantautore pop dalla natura irrequieta, indolente.
Grazie all’album “A Hand Through The Cellar Door”, il musicista americano ha trovato una dimensione congeniale all’insolito stile narrativo situazionista, dove a racconti ricchi di dettagli si alternano confessioni a metà strada tra l’ironia e lo sberleffo, tra destrezze linguistiche tipiche della musica popolare e riflessioni agrodolci che alfine consolidano l’insieme.
Tutto questo si traduce in una musicalità che si prende gioco del lo-fi, al solo fine di preservare una natura squisitamente precaria e vulnerabile.

Con “Both-And”, Luke Temple saluta la vecchia etichetta Secretely Canadian e approda alla Native Cat, assemblando un insieme di canzoni piacevolmente scoordinate e volutamente imprudenti. Senza giocare sull’effetto sorpresa e senza amplificare le naturali dissonanze delle dodici tracce, il musicista si diletta a confondere l’ascoltatore senza mai compiacerlo, alternando la stralunante cacofonia melodica e ritmica degli Xtc (“Taking Chances”) ad ariose e mistiche romanticherie alla Air (“Least Of Me”).

“Both-And” è un disco baciato dalla stessa bellezza che Sufjan Stevens e Paul Simon hanno descritto con creazioni immortali, ma guai a pensare che Luke Temple si accontenti di restare all’ombra di tanto splendore. Non a caso l’autore ha citato tra le sue ispirazioni anche Milton Nascimento, la cui saudade riecheggia nell’esotica e malinconica “Wounded Brightness”, una ballata alla quale Temple accoda una coda strumentale dai risvolti psichedelici e lievemente kraut (“D”).
L’influenza del musicista brasiliano è altresì percepibile nell’eclettica natura folk di “Empty Promises”, dove trovano asilo accordi di bossa nova e sensuali cori femminili, un’interazione creativa che dona profondità e fascino anche al magico intreccio di glitch digitali, marimbas, basso e organo di “Given Our Good Life”.

A dispetto delle apparenze, il capitolo precedente di Luke Temple non è il sopracitato “A Hand Through The Cellar Door”, avendo il musicista nel frattempo messo in piedi un altro progetto a nome Art Feynman (“Blast Off Through The Wicker”), sperimentando alchimie ritmiche tra funky, kraut ed elettronica alla maniera di Paul Mc Cartney quando si celava sotto il nome di Ferryman.
Da questa situazione estemporanea nascono le sghembe pulsioni elettro-dance alla Young Marble Giants di “Don’t Call Me Windy” o il piacevole citazionismo alla Stereolab di “Henry In Forever Phases”.

Non è un album facile, “Both-And”, per molti versi troppo raffinato per catturare l’attenzione fugace e distratta dei tempi correnti, ad ogni modo, onore e merito all’intrepido Temple, che mette insieme il titolo più divertente dell’anno - la lisergica “200,000,000 Years Of Fucking” - e la canzone più triste della sua pur lunga carriera, “Walking Iris”, con una disinvoltura e una maturità inaspettate.

(19/10/2019)

  • Tracklist
  1. (O)
  2. Don’t Call Me Windy
  3. Wounded Brightness
  4. (D)
  5. Given Our Good Life
  6. Taking Chances
  7. Empty Promises
  8. Henry In Forever Phases
  9. 200,000,000 Years Of Fucking
  10. Least Of Me
  11. (A)
  12. Walking Iris




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