Kamaal Williams

Wu Hen

2020 (Black Focus) | jazz

La separazione, nel 2018, del duo Yussef Kamaal sembrava aver privato la stampa musicale britannica del suo riferimento black nella ribollente galassia nu jazz. Con più tempestività del suo ex-compare Yussef Dayes, tuttavia, Kamaal Williams ha dato alle stampe “The Return” (2018) e mostrato di non avere affatto perso la bussola. Il disco, ampiamente in linea col funk ipercinetico di “Black Focus”, confermava la chiarezza di orizzonti del tastierista, abilissimo a destreggiarsi tra riferimenti settantiani e cubismo post-drum'n'bass. Un paio di live album a fuoco e un “DJ Kicks” hanno poi contribuito a mantener caldo l’hype attorno al percorso di Williams, che con “Wu Hen” giunge al secondo Lp in studio come solista.

Accompagnato come nel recente “Live At Dekmantel Festival” dal batterista newyorkese Greg Paul e dal bassista trinidadiano Rick James, il trentunenne londinese si conferma del tutto a suo agio con uno stile al tempo stesso frenetico ed elegante, virtuosistico ma essenziale. L’interplay serrato basso-batteria-tastiere che anima il disco combina tanto l’astrattismo elettro-jazz di 4 Hero e Mark de Clive-Lowe quanto il funk funambolico e futurista dei migliori Jamiroquai, ma poche battute di un pezzo qualsiasi sono già sufficienti per accorgersi che il sound di Kamaal & soci, pur non nascondendo affatto i suoi numi tutelari, è cosa a sé rispetto ai suoi più immediati precorritori.
Prendiamo i contorsionismi broken beat di “One More Time”: impossibile non notare, in mezzo all’incalzare di accenti fratturati, la luce sghemba ed enigmatica proiettata dai synth pad rarefatti di Williams. E che dire di “Save Me”? Un ritmo urban spezzato, lo slap molleggiato del basso, i singhiozzi del sax portato dall’ospite Quinn Mason… E Williams dov’è? Di nuovo, apparentemente, nelle retrovie: a stendere slavate pennellate sintetiche in glissando. Singoli accordi tenuti per interi secondi, occasionali note di e-piano, tocchi sparsi che contrastano con la fitta foresta di bassi profondi e alternanze piatto-rullante. A che gioco sta giocando?

La domanda si fa ancora più pressante ascoltando “Street Dreams”, “1989”, “Toulouse”, in cui buona parte del ruolo atmosferico ritagliatosi altrove dal tastierista è espropriato dagli arrangiamenti orchestrali del provvidenziale Michael Atwood-Ferguson (già con FlyLo, Thundercat, Jessie Ware, Jaga Jazzist, Cinematic Orchestra e mille altri). Potrebbe emergere la sensazione che il disco sia “di Kamaal Williams” solo per modo di dire, che la chiave del sound stia in turnisti e ospiti di lusso. Ma sarebbe un errore. Intanto perché la passione di Williams per gli interventi diradati e i tappeti sovraccarichi di flanger e phaser c’è sempre stata, ancorché tenuta in secondo piano agli esordi. In secondo luogo perché — e ci vuole un po’ ad accorgersene — sia che Williams suoni direttamente sia che non lo faccia la visione del tastierista è sempre al centro dei pezzi.

È l’elemento spirituale l’apporto imponderabile che il leader infonde in ogni brano allontanandolo dalla mera somma delle componenti e rendendolo inconfondibilmente suo. Non fate quelle facce, il termine è enfatico ma necessario. Che sia con gli accordoni spaziali alla Carl Craig, cogli archi rigogliosi di Atwood-Ferguson o coll’arpa della jazzista Alina Bzhezhinska, la presenza del mastermind Kamaal Williams è sempre in primo piano. Anche nei silenzi, anche nei vuoti. Sul suo nome rivela: “Henry Wu (il nome di battesimo, ndr) rappresenta la mia eredità etnica, Kamaal Williams quella spirituale”. Nato da madre taiwanese e padre inglese, Henry Wu/Kamaal Williams ha incontrato l’Islam e vi si è convertito nel 2011, affascinato dal lato mistico e contemplativo della fede. La sinergia con Atwood-Ferguson non è allora solo musicale. Spiega l’arrangiatore, seguace del buddhismo Nichiren: “Non amo la religione, ciò che mi interessa è l’aspetto spirituale. Vedo il buddhismo più come una pratica che come un culto”.

Non tutto il disco è pienamente a fuoco. Lo si può ammettere: alcuni pezzi sono riempitivi. Non stonano, ed è facile ignorarli, ma han poco da dare e nessuno si sarebbe lamentato se il minutaggio totale fosse stato inferiore. C'è materiale a sufficienza per star contenti, e se anche in futuro si potrà contare sul dinamismo svuotato di "Mr Wu", il domani appare roseo.

(22/09/2020)

  • Tracklist
  1. Street Dreams
  2. One More Time
  3. 1989
  4. Toulouse
  5. Pigalle
  6. Big Rick
  7. Save Me
  8. Mr Wu
  9. Hold On
  10. Early Prayer
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