Anastasia Minster

Father

2020 (Self Released) | chamber folk, jazz, dark

A volte un piccolo dettaglio svela più di un intero racconto. La musica di Anastasia Minster è ricca di particolari che aiutano a comprendere il percorso artistico della giovane musicista di base a Toronto. Nel romanticismo carpito a Sergei Rachmaninoff, seppur camuffato da modalità contemporanee più affini al jazz e al chamber-folk, si palesano le origini russe dell’artista, nell’elegante tessuto sonoro affiorano l’ammirazione per i landscapes di David Sylvian e Agnes Obel, e la teatralità di alcune pagine sorride alla cinematografia europea più colta e raffinata.

“Father” è il secondo capitolo discografico di Anastasia Minster, ed è forte la sensazione di trovarsi di fronte a un’artista abile nel trasformare in delicati paesaggi sonori una fragilità emotiva dai toni angelici e crepuscolari.
Spetta a piano e voce reggere la struttura compositiva delle otto tracce, fraseggi jazz dai contorni noir e solitari decorano senza alterare l’essenzialità delle note e del canto, quest’ultimo a volte spettrale, a volte estatico.
Gradito ospite ed eccellente compagno di viaggio, Steve Jansen (Japan) offre il giusto tappeto di synth e archi per gli intensi testi dell’autrice, che catturano suggestioni da arti affini come il cinema, la scrittura e la psicanalisi, passando da  Carl Jung a Hermann Hesse, da Ingmar Bergman a Andrei Tarkovskij, con un passo mai greve.

Meditativo, riflessivo, etereo, “Father” entra facilmente in sintonia con l’ascoltatore. Minster tratteggia senza troppi drammi quel misto d’innocenza ed esperienza di chi ha conosciuto l’oscurità del dolore. Bastano il piano e la voce, avvolti da poche note di violino, per essere sopraffatti da un nugolo di intense e oscure  vibrazioni (“Halos”). Anastasia dialoga con le anime vaganti in cerca di un approdo sicuro, lasciandole nelle avvolgenti braccia di angeli e demoni, finalmente pronti a dialogare senza alzare la voce (“Solaris”).
Musicalmente, “Father” è un prezioso esemplare di chamber-folk, pronto a captare l’intensità jazz e blues di Nina Simone (“Fireworks“) o delicate atmosfere da night club (“Supernova”), senza altresì disdegnare il linguaggio art-pop di Mark Hollis e David Sylvian, evocandone la forza poetica e cinematica con il suono della tromba (“We Are The Prison”) o del violino (“The Ocean Song”).
Nel continuo viaggio tra ombre e spiragli di luce, Anastasia Minster accarezza prima la leggerezza e la passione, nella romantica “Falling”, e poi omaggia il cinema di Ingmar Bergman nella intensa title track.

“Father” è una delle piacevoli sorprese di questo anno corrente, la musica dell’artista di origini russe è un’autentica panacea: Anastasia Minster trasforma la sofferenza in musica fino a renderla innocua e indolore. Dopo aver ascoltato questo disco, oscurità, solitudine e malinconia non vi sembreranno più così ostili e avverse.

(03/05/2020)



  • Tracklist
  1. The Ocean Song
  2. Falling
  3. We Are The Prison
  4. Halos
  5. Supernova
  6. Solaris
  7. Fireworks
  8. Father




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