Gazpacho

Fireworker

2020 (Kscope) | art-rock, progressive-rock

Il nuovo concept-album dei norvegesi Gazpacho scomoda addirittura Platone e la sua teoria dell’anima tripartita e più precisamente la parte che, di quella filosofia, analizza gli istinti governati dal desiderio e dalle emozioni. “Fireworker” è dunque un album incentrato sulla sfera irrazionale dell’indole umana, descritta come un eterno parassita che ha vissuto all’interno d'infinite generazioni di persone, con l’obiettivo di mantenere in vita il corpo ospitante e assicurarsi un futuro, restando in agguato nei meandri più oscuri della mente e rivelando le intenzioni solo come extrema ratio: la risposta istintiva di lotta e fuga che governa i momenti di terrore e condiziona l’individuo a commettere atti indicibili per sopravvivere nei momenti di vera disperazione.

E’ gratificante ascoltare un disco che richiede un particolare sforzo di riflessione e ricerca, approccio che i Gazpacho seguono alla lettera inserendo nozioni estremamente complesse alle loro consuete astrazioni musicali d’origine progressive-rock. "Antique", con il suo fraseggio scomposto e il linguaggio arcaico, appare una poesia astratta, un magico incantesimo. I lucenti scorci che sembrano fare capolino sono solo una flebile premessa: la vera guida è l’oscura storia di un viaggio interiore affrontato per sfidare l'essere senza età.
"Hourglass" si apre con tristi note di pianoforte, morbidi rigonfiamenti di mellotron e organo, offrendo una sezione corale drammatica e un assolo di violino prodigiosamente posto al centro della scena, a cesello, con ogni probabilità, del passo più elegante dell’intero album.

Dai frenetici e stravaganti riff acustici, la title track si proietta verso robuste percussioni, in contrasto con il rasserenante saliscendi dei cori, prima che il fuoco si inneschi attraverso feroci cascate elettriche. Il vero punto di forza del disco, tuttavia, risiede nelle due epiche suite di oltre 15’. "Space Cowboy" è così un lungo viaggio musicale che riunisce tutta l’offerta in catalogo; dal piano arioso e malinconico innescato da fluidi sintetizzatori, alle roboanti e ultraterrene fasi corali e agli immancabili e granitici slanci di chitarra elettrica, mentre "Sapien" crea un sopraffino panorama, impreziosito da sottili campionamenti che riafferrano da vicino le peculiari sonorità del precedente album “Soyuz”.

La dislocazione ideata per la sezione centrale del brano è una chiara citazione dei Porcupine Tree, seguita dal semplice, ma veemente, assolo di chitarra, che ha il pregio di far risalire l’attenzione, tecnicismo che la band è in grado di conservare per l’intera durata della composizione, alternando con sapienza le due fasi antitetiche.
“Fireworker” è infine una continua sovrapposizione di paesaggi sonori ricchi di sontuose percezioni, che non travalicano mai l’eccesso, ben narrate dall’intensa voce di Jan Henrik Ohme, incastonata tra i vibrati di Thom Yorke e Matthew Bellamy.

I Gazpacho confermano l’innata capacità di risultare imponenti, vividi e avvincenti, anche nei momenti più introspettivi, consegnando ogni traccia come uno sguardo gettato da una finestra affacciata su un piccolo pezzo di mondo musicale che, in realtà, è infinitamente più ampio.

(31/12/2020)

  • Tracklist
  1. Space Cowboy
  2. Hourglass
  3. Fireworker
  4. Antique
  5. Sapien


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