Huerta

Junipero

2020 (Voyage) | ambient-house

Il calore del sole, l'incresparsi dell'oceano da qualche parte all'orizzonte, il fruscio degli uccelli tra le fronde, spersi chissà dove nelle foreste della California: potrebbero essere gli elementi alla base di un progetto teso a ravvivare le esperienze new age di tre decenni addietro, l'ascolto di “Junipero” suggerisce però un'impostazione alquanto differente. Non che il primo album di Steve Huerta non possieda spiccate qualità distensive, si rivela anzi un lavoro profondamente conscio di tale caratteristica, applicata a un lessico sonoro fluido, levigato, che ha ben assimilato la lezione della composizione ambient. L'approdo a tale linguaggio deriva però da un'esperienza di ampio corso nell'ambito della house e della club-culture, di cui il producer ancora si serve per iniettare sottili nervature ritmiche, nel plesso di un disco dalle avvolgenti tonalità atmosferiche, inserite in un contesto che ne esalta il potenziale descrittivo. Evadere con la mente è davvero un attimo.

Per quanto gli ultimi anni abbiano assistito a una nuova fioritura di produttori dediti a infondere un nuovo nerbo danzereccio nei costrutti della musica d'ambiente, quanto uscito dall'immaginazione di Huerta non volge mai nella direzione dello spigliato citazionismo atmosferico dei Bicep o delle filigrane latine di DJ Python, piuttosto si colloca in una posizione mediana, dal forte impatto visivo, che calca la mano il meno possibile, anche là dove il parco ritmi pare procedere verso una maggiore consistenza.
L'introspezione del producer, colta in un commosso naturalismo, si divincola con agilità tra flussi acquatici, appena increspati da sottili carezze digitali (“Blanket Dub”, che avrebbe potuto uscire dalla penna del Susumu Yokota più pacifico), fresche ambientazioni dal taglio primitivista (una “Mutualism” che quasi ingentilisce le intuizioni “quartomondiste” di Ramzi), impalpabili stacchi breakbeat, che quasi si dissolvono nel calore dei synth circostanti.
“Plant Memory” riassume un po' il significato della raccolta: pur negando ogni concessione al ritmo, raccoglie in sé il profondo senso di estasi, l'abbraccio di una natura vissuta con pienezza dei sensi, intensificati dalla distanza (Huerta vive da tempo a Berlino) e dal ricordo.

Anche a non essere mai stati in California, non si fatica insomma a immaginarne gli spazi e coglierne l'essenza più selvaggia, debitamente immortalata da uno dei dischi più immersivi dell'anno. Se vorrete cercare conforto, qua avrete di che consolarvi.

(06/05/2020)

  • Tracklist
  1. Pain Relief
  2. Blanket Dub
  3. Mutualism
  4. It Goes Over Me
  5. All Wild Things Are Shy
  6. Aerial Interlude
  7. Plant Memory
  8. Waxwing Air
  9. The Ritual
  10. Road To Toco
  11. Tiles & Glass




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