Jon McKiel

Bobby Joe Hope

2020 (You've Changed) | lo-fi, songwriter, psych-rock

Quanti ricordi, quanta magia, quanta eccitazione nell’esplorare una soffitta abbandonata, spesso lasciata in fretta per non restare preda di ricordi inutili o dolorosi.
Quel senso di stupore e meraviglia provocato anche da una foto in bianco e nero o da un fazzoletto consunto, spesso hanno dato il la a racconti che poi sono diventati libri, film, forse non sempre reali e veritieri ma quantomeno suggestivi.
Cerco di immaginare le sensazioni che Jon McKiel deve aver provato quando ha scoperto che il registratore a bobina TEAC A-2340, comprato online, aveva al suo interno un nastro con registrazioni effettuate dal vecchio proprietario. A quel punto il musicista ha iniziato a curiosare nei restanti nastri, quasi una trentina, iniziando a trasferire tutto su un disco rigido, non solo frammenti e scampoli di canzoni, ma anche qualche brano completo e una voce che chiedeva ascolto.

E’ durato quattro anni, il lavoro di messa a punto e assemblaggio del materiale, grazie anche alla collaborazione di Jay Crocker, noto altresì come Joyfultalk e autore recentemente di un disco per la Constellation.
Jon McKiel non ha tardato a dare un nome di fantasia al misterioso creatore di suoni: il Bobby Joe del titolo è il musicista che alla fine chiede attenzione per quella mole di suoni e intuizioni lasciate in balia del caso.
Difficile discernere il materiale originale da quello creato da McKiel e Crocker, forse è rimasto ben poco o forse ne è stata tradita la natura più recondita, ma nulla quaestio, anche se tutto quel che raccontano i due musicisti fosse falso, “Bobby Joe Hope” resta un disco meravigliosamente suggestivo e intelligente.

La psichedelia dai tratti folk e jangle-pop di queste nove tracce non nasconde le tracce di quella polvere raccolta nel tempo, ma è anche lungimirante e postmoderna, poetica e coinvolgente quando gli accordi avvolgenti di “Mourning Dove” aprono le danze con un delicato folk psychedelico alla Byrds/Dylan, temeraria e impavida quando intercetta il fascino della sperimentazione e dell’elettronica in “Night Garden”, e perfino pungente e mordace quando incrocia tempi pop-rock nella allucinata “Object Permanence”.
Ci sono una freschezza e una vitalità in queste nuove caleidoscopiche creazioni sonore che graziano sia gli episodi apparentemente più normalizzati (le ondeggianti sonorità di “Management”) sia quei momenti di caos al limite della jam-session (la splendida provocazione dissonante di “What Kind Of Light”).
Il tocco gentile e più folk-oriented di “Cold Hand Becomes The Master” e di “Secret Of Mana” alla fine beneficiano del pregevole songwriting del musicista, pronto altresì a esplorare nuove frontiere nelle più ardimentose trame space-rock-psych di “Private Eye” e nell’indiscutibile capolavoro di sintesi di “Deeper Shade”, che in mezzo a riff jangle-pop di rara bellezza introduce una melodia memorabile e rimarchevole, cullandone la sgangherata malinconia con suoni cristallini e vellutati.

Non importa se le case moderne non hanno una vecchia cantina o una soffitta polverosa, Jon McKiel con “Bobby Joe Hope” ci dà una lezione molto importante: basta guardarsi intorno, incrociare i sogni e le speranze altrui per stimolare la nostra sete di bellezza, ed è questo che dovrebbe ispirare ogni artista ma anche ogni uomo.

(13/06/2020)



  • Tracklist
  1. Mourning Dove
  2. Object Permanence
  3. Management
  4. Cold Hand Becomes The Master
  5. Night Garden
  6. Private Eye
  7. 7Deeper Shade
  8. What Kind Of Light
  9. Secret Of Mana




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